La Mostra Fotografica più Breve del Mondo: ritrovamento di una mia fotografia

Ci scrive Roberto da Gubbio (provincia di Perugia):

Questa mattina, intorno alle ore 08.30, sul monte sopra la loc. Padule di
Gubbio (PG), mentre ero per boschi con il mio cane, ho ritrovato una delle
vostre foto e precisamente uno scatto di Michele BERTI (la n° 4 inserita nel
sito).
Cordiali saluti.

La foto ha quindi fatto un viaggio di circa 140km appesa ad un palloncino gonfiato con elio. Tutti gli altri ritrovamenti nel sito di Arezzo e Fotografia.

Un grazie a Roberto per la segnalazione!

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La mostra fotografica più breve del mondo

Associazione Fotografica Imago Arezzo
Ciggiano (Ar) – 16 Settembre 2012

La mostra fotografica più breve del mondo

In occasione di Arezzo&Fotografia 2012, si terrà la “Mostra fotografica più breve del mondo”, un evento inedito che si svolgerà domenica 16 settembre, qualche giorno prima dell’inizio del festival e sarà ospitato all’interno della “FESTA DELL’UVA DEL VINO E DELL’OLIO” che si terrà a Ciggiano, a pochi passi dalla città di Arezzo.

Piccoli passepartout di formato A5 in cui verranno applicate delle stampe in formato 10×15 cm verranno esposti durante la festa per 30 minuti, esattamente dalle 16.30 alle 17.00 di domenica 16 settembre.

Alla fine della mostra le foto montate nei passepartout verranno inserite in una bustina di plastica e poi lanciate con dei palloncini gonfiati ad elio nella speranza che possano essere trovate e raccolte lontane da Arezzo.
Sul sito www.arezzoefotografia.com sarà possibile vedere la galleria completa delle opere lanciate.

Per informazioni sulla manifestazione enogastronomica www.prolocociggiano.it

Io parteciperò con un piccolo portfolio di 5 immagini 10x15cm dal titolo “Il vino del contadino” prodotte in tiratura limitata di due esemplari ciascuna (stampe digitali da scansione di Kodak Tri-X 400).

Se trovate la foto scrivetemi!!!

L’enigma buffo di Cecco Angiolieri

Incontro di Enrico Campana alla Contrada della Civetta, sul tema “Cecco Angiolieri, le novelle e il vin novello nella letteratura”

Sabato 8 novembre, ore 18, Palazzo degli Ugurgeri

Se l’acqua ci permette di vivere, il vino è sangue vitale dell’allegria, dell’amicizia, e in certo senso bevanda e alimento interclassista.

Figurava nelle tavola dei re e dissetava i contadini fino ad essere una forma di rapporto salariale. Ancora nell’ottocento, nel libro “Amore mio uccidi Garibaldi” Isabella Bossi Fedrigotti il cui avo, un conte trentino combatteva dalla parte austriaca, racconta che la servitù veniva pagata prevalentemente in vino.

Questo succedeva comunque in Toscana anche all’inizio del novecento, e un vecchio contadino delle Crete mi raccontava che il padrone lo pagava a giornata in centesimi e un bicchiere di vino. Quello era il secolare “panbevere”.

Il vino ha avuto e specie in questo momento svolge un ruolo sociale basilare, basti pensare al successo sui mercati e all’importanza che assume nell’affermazione del cosiddetto made in Italy, dove i vini vengono battuti alle aste a suon di milioni. Non diceva forse la stessa cosa Plinio già 21 secoli fa nella sua “Naturalis Historia”. A proposito di vite e vino scriveva col suo stilo che “con questa supremazia così incontrastata l’Italia ha superato ogni altro paese”?

I grandi scrittori l’hanno lodato da parte loro come si merita, ma per gli insegnanti di letteratura l’argomento è rimasto tabù. Proprio un futurista della grande poesia, Cecco Angiolieri, già ricordato nelle antologie con poche righe dagli insegnanti viene trattato frettolosamente, associato a torto come vedremo più avanti all’ubriachezza. Questo per schivare domande degli studenti alle quali non riuscirebbero a dare risposta, domande del tipo: “E’ vero che beveva molto, e per quale ragione?”.
Questo distacco ufficiale dal “vino veritas” per usare il titolo della maggior opera del filosofo Kierkegaard, una sorta di Decamerone dell’Ottocento, è frutto di quell’ultimo flagello abbattutosi sul nostro paese, il “politicamente corretto”, e potrebbe essere forse ascritto a una visione strettamente religiosa del vino quale “sangue di Cristo”. Il libro Sacro dei cristiani ammonisce infatti così: “Col vino non fare il forte perché il vino ha rovinato molti”

Nessuno meglio di Siena che di Cecco è madre potrebbe quindi avere interesse a sdoganare con una grande rassegna un argomento letterario ritenuto a volte marginale, in certi casi sconveniente oltre che dagli insegnanti anche dalla critica, come quella del rapporto fra letteratura e vino
Infinita è infatti la schiera dei grandi poeti che hanno cantato il vino, dai sumeri a Omero, da Plinio e Orazio al virtuoso della matafora Omar Khayyam, da Cecco Angiolieri a Francesco Petrarca, da Lorenzo de Medici al Pulci e al poliziano Francesco Redi, da Carducci con la sua autunnale ”la nebbia agli irti colli…” fino al premio Nobel cileno Pablo Neruda con la sua Ode al Vino. Senza poter scordare un amante Palio il maestro di tutti noi giornalisti sportivi e scrittore, Gianni Brera per il quale il vino era un carburante prezioso per le sue storie e i neologismi calcistici. Ma c’era anche chi come Hemingway, altro Nobel letterario incline alle bevute solitarie, che viene messo all’indice per questo suo vizio. Contro di lui si scaglia infatti Carlo Emilio Gadda, il riformatore della letteratura italiana del 900. Talmente amareggiato per gli scarsi guadagni che gli dava il suo capolavoro, lo scrittore del “Pasticciaccio di Via Merulana” scrisse in una lettera: “Riesco a vivere a fatica con la scrittura, i miei compensi non sono nell’ordine dei compensi di Hemingway o di altro ubriacone fisso pagato in dollari per cui si può ronfar sopra tutta la vita a Maiorca”.

Fra tutti questi è forse il persiano Omar Khayyam, poeta, grande magistrato indottrinato in una Madrassa che visse due secoli prima di Cecco, ad aver toccato il punto più alto dell’enopoesia facendoci comprendere che nel mondo arabo il vino non è affatto tabù, che l’applicazione attuale del Corano non è corretta, e che con una tematica ripresa più tardi dal Magnifico in “quanto è bella giovin ezza che si fugge tuttavia”, in fondo rappresenta l’uomo col suo destino nella sua famosa metafora un po’ pessimista che recita così:

“Il vino e chi lo beve/hanno fine dove tutto ha fine/ricorda mentre sei/sei ciò che diverrai/e meno non sarai”.

Il vino è assurto a personaggio centrale del Rinascimento, e se il classicista Lorenzo de Medici sorprende con un componimento su un costume smodato dell’epoca dedicando al suo “Simposio” alla sfilata dei grandi bevitori di Firenze fra i quali il maggiore è un cardinale e il grande Botticelli viene definito un “perfetto parassito”, non ha avuto il successo che si meritava il Banchetto di Orazio Bagnasco, a suo modo un codice da Vinci meno cupo e blasfemo che esalta i grandi vini ma anche le oscure trame per il quale viene usato.

Il romanzo storico racconta il più famoso banchetto della storia tenutosi a Tortona la fine d’anno del 1498 per le nozze fra Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona architettate da Ludovico il Moro, reggente signore di Milano per una saldatura politica e dinastica con la potente corte ispano-napoletana e forse ispirate anche da delittuose trame familiari come vedremo più avanti.
Bagnasco è un protagonista del mondo finanza, ottimo narratore che in Lugano ha creato una grande accademia letteraria della cucina internazionale, descrive minuziosamente quella che fu la più celebre disfida culinaria ed enologica diventata un fatto di costume tirando in ballo anche un inedito, la regia del genio dell’arte e della scienza.

Mastro Leonardo da Vinci, da poco arrivato a Milano col compito di provvedere alla canalizzazione dei Navigli, realizzare la statua equestre di Francesco Sforza e affrescare la sala del refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie, quella che custodisce un’ammiratissima Ultima Cena, non solo inventò per quella occasione uno spiedo per la miglior cottura della carne che funzionava col calore della fiamma, ma creò una scenografia ispirata a quadri mitologici intonati alle portate e accompagnata da un commento poetico, musiche e balli.

Il libro risulta prezioso anche quale catalogo dei vini d’epoca.

I vini che rallegravano oltre i signori e i loro ospiti e le grandi menti del rinascimento, anche se l’autore non svela le preferenze enologica di Leonardo il quale frequentava raramente la taverna preferendo altre tentazioni, dal gioco della “Bassetta”, sorta di rubamazzetto, alla compagnia dei suoi giovani discepoli fra i quali il vercellese Sodoma venne a Siena per affrescare a Monte Oliveto Maggiore e vi restò a lungo.

La lista dei vini era curata dal Coppiere Nobile, carica qualificata e quanto mai delicatissima dovendo il sommelier ante-litteram rispondere anche della vita del suo signore esposto continuamente al rischio di avvelenamento, come capitava spesso in casa Borgia.

Scorrendo la carta preparata per il famoso banchetto che avrebbe dovuto concludersi proprio con l’avvelenamento del giovane duca, per il quale venne incolpato il messo diplomatico della Serenissima, in urto con Milano, ordito forse proprio da Ludovico il Moro per liberarsi del nipote e conquistare i pieni poteri, si riconoscono infatti tutti i vini preferiti di quei gaudenti cortigiani.

Si trattava di vini piemontesi, napoletani, greci, spagnoli, toscani, liguri,con un piccolo doveroso omaggio anche all’unico vitigno lombardo di quel tempo.

La lettura del racconto ha davvero allargato la mia curiosità e le mie narici fin dall’arrivo in tavola del Barbero di Canelli, profumata e pregiata barbera piemontese da non confondersi col “barbèro” paliesco, seguito dal Nebbiolo di Carema, altro vanto del brumoso e collinare nord-ovest.

Non meno invitanti il solatio Greco di Somma Vesuviana, la Falanghina di oggi, il rosso vellutato di Gragnano coltivato sulla vicina costa amalfitana ma anche in quel di Lucca con sangiovese fin dai tempi di Matilde di Canossa che di quelle terre era la grande comissa.

La marchesa di Toscana sembra libasse segretamente con quel vino bruschello per dimenticare i suoi sfortunati amori con il giovane Ildebrando di Soana, il futuro Gregorio VII, colui fece inginocchiare l’imperatore a Canossa.
Non poteva mancare nelle coppe d’argento il Vino di Coronata proveniente dalla Liguria protettorato fedele agli Sforza che dava ai milanes la via al mare, e il Vino rosso di San Colombano, un centro nella piana a sud-est di Milano noto per le sue uve di barbera e croatina.

Un vino rustico e schietto ideale per il brodo caldo di castrato considerato rigenatore.

Naturalmente i vini toscani offrivano un loro importante contributo per sciogliere le lingue e stabilire rapporti più confidenziali, specie nel secondo stadio del convivio.

Questo avveniva col Trebbiano, un bianco asciutto e rinfrescante d’estate, o la Vernaccia citata dal sobrio Dante con la sua robustezza, il colore paglierino e profumi di frutti antichi che beneficiava sia carne che pesce.

Ma anche i rossi facevano la loro parte, come il vino di Volpaia re del Chianti senese con sangiovese e il Vignamaggio impropriamente etichettato come Chianti fiorentino e vino un po’ subalterno.
Ma pur sempre di qualità ben maggiore al “Bastardo” un vino comune simile all’odierno vino da tavola indicato con questo nome nei ricettari del Quattro-Cinquecento e conosciuto anche come “Vin Latino”.

Nei banchetti veniva servito agli invitati di minor riguardo, e comunque non adulterato come frequente abitudine degli antichi romani che avevano solo il vinello dei Castelli, un bianco un po’ sciapo, e dovevano importare il vino rosso di qualità.

Il grande poeta satirico Marziale, un grande intenditore di vini del resto come Plinio il Vecchio che però nella sua “carta ideale” ignorava i vini della Tuscia, non mancò di lanciare i suoi acuminati strali contro queste sofisticazioni anti-litteram, sinonimo di taccagneria, di scarso sentimento nei riguardi dell’ospite, figura sacra.

Nella Roma Imperiale ambitissimi erano gli inviti del potente Trimalcione, un arricchito volgare e senza scrupoli, ben descritti nei versi del Satyricon di Petronio Arbitro.

I commensali mangiavano sdraiati sui triclinii per intere giornate, e si lanciavano il vino, esattamente come facevano gli antenati etruschi che a scopo di divinazione gettavano il vino della coppa alle loro spalle interrogando gli aruspici.

Non è bello tirare fuori questo argomento molto attuale della sofisticazione, ma purtroppo la chimica è una tentazione troppo forte per un mercato tanto vasto e un cambiamento climatico quasi brutale.
Tornato di moda in questi giorni grazie a controlli a tappeto nei moderni imperi del grande vino quotato in borsa, hanno creato smarrimento e sconcerto proprio nel senese, anche se il risultato delle indagini non ha fortunatamente nulla a vedere col terribile flagello del vino-killer.

Quello al Metanolo di tantissimi anni fa che però almeno un merito l’ha avuto: quello di creare un disciplinare serio all’origine del rilancio e della conquista italiana sui più ricchi mercati e la condivisione del primato con la Francia.

Che del resto mi pare una sorta di doverosa restituzione, se non addirittura di una nemesi nel caso del sorpasso degli spumanti italiani su quelli di “Marianna”, vedi i Franciacorta o anche senza andare lontano il brut di Gavioli, il vignaiolo mantovano plurimedagliato stabilitosi da anni a Chianciano .
Nella novella romanzata dedicata a Carlo Magno che apre il libro “Suavis Locus, Novelle Toscane nel piatto” racconto che il grande franco svernò dalle parti di San Galgano sulla strada per il rientro in patria. E quanto fu grato in seguito ai senesi per i donai ricevuti.

Allo scopo di offrire un modesto contributo alla novella sapida, un genere letterario importante ma fuori moda che ha avuto grandi sostenitori, Esopo, Fedro, Boccaccio, La Fontaine, i fratelli Grimm, Gogol e i russi, Verga e Flaiano e molti altri ho scelto di scrivere come capitava una volta con il nom de plume di Bandolo della Matassa, figura capace di sbrogliare una situazione molto intricata.
Si è trattato di una scelta voluta per dare forza all’argomento, richiamare l’attenzione sull’etica e il piacere dell’alimentazione e tenere lontane critiche preconcette su un lavoro comunque faticoso e spero originale che continuerà prossimamente con un secondo libro che s’intitolerà “Suavis Locus, i Grandi Stomaci” in cui descriverò i segreti dei protagonisti della storia, da un Garibaldi che causa l’artrite ricavava forza da una marmellata a base di barbabietola, finocchio e radice amara e aborriva – unico marinaio al mondo! – il vino, a Leonardo da Vinci che modellò il sorriso della Gioconda osservando le labbra del suo frutto preferito, l’albicocca.

Non si parlerà invece di Dante Alighieri che non mi è simpatico pur col dovuto rispetto alla sua storia e alla sua opera poetica innovativa, mentre sarei tentato di pubblicare un racconto breve dal titolo “La cornachia ubriacona” che potrebbe essere la reincarnazione della famosa Becchina, quella donna bisbetica e volgare per cui Cecco perse la testa o fece finta di perderla, per fare il controcanto a Dante col suo amore platonico per Beatrice, come è più probabile.
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Questa mia incursione nel pianeta delle novelle a sfondo morale è completata con numerose ricette raccontate, di “insoliti ignoti” per canzonare i cosiddetti chef stellati ormai vere star televisive. Si tratta di un lavoro a quattro mani assieme con la dottoressa Sonia Civitelli, alias La Contessa, autrice serrigiana di una importante tesi sulla tradizione orale della cucina toscana.

Tesi che debbo precisare ,anche se lei non vuole si dica. ha subito un saccheggio non inferiore a quello dei granai dello Spedale di Siena da parte delle truppe napoleoniche in passaggio in Italia.
Ma tornando alla famosa incoronazione nella notte di Natale dell’800 Leone III, pochi sanno dello strano prologo non degno di un protocollo papale. Sapendo però Leone III quanto Carlo Magno amasse il buon vino e i buoni piatti, prima di chiedergli la confessione organizzò in suo onore un grande banchetto di benvenuto in quel di Mentana, cioè fuori dalle mura pontificie. Ovvero la Chiesa al servizio della tavola.

Il potente defensor fidei s’entusiasmò però ancor di più in seguito, in occasione dell’accampamento invernale nel senese.

Mostrò di gradire l’ottima cucina del luogo, gustò per la prima volta un’arista fumante, un piatto divino cucinato con certi maialetti vispi cerchiati di nero, rosa e marrone, le cinte, spalmati d’olio e insaporiti con erbe officinali. Per questo, come dicevo, concesse forse privilegi speciali di cui si narra nei libri.
Ma c’è purtroppo anche il rovescio della medaglia. Col pretesto di salvare la Chiesa, l’imperatore si appropriò impunemente infatti del prezioso vitigno senese madre di tutti i vini francesi!

E per sovrappeso, è proprio il caso di dire, si appropriò anche dell’appellativo di Magnum, il pregiato bottiglione che si è ispirato alle sembianze della sua possanza.

A differenza di San Paolo che esortava il clero a non negare la buona tavola, se questo serviva alla causa della chiesa, senza però andare oltre il quotidiano mezzolitro di vino nei due pasti e incorrere nel peccato di gola come fece Papa Martino IV punito da Dante con Purgatorio per non aver resistito a un piatto di anguille marinate nel vino bianco che gli procurarono una solenne indigestione, San Benedetto nel 500 e San Francesco 600 anni più tardi predicarono l’uno un’alimentazione controllata, mens sana in corpore sano, frutto del proprio lavoro sui campi e nelle abbazie, pratica che diede impulso anche alla ricerca e allo sviluppo agroalimentare e farmaceutico se si pensa a certi distillati, e l’altro, il fraticello di Assisi, all’uso penitenziale del digiuno.

Si arrivò poi a una via di mezzo, al compromesso del digiuno settimanale del venerdì della Chiesa, peraltro un ramadan più blando, più utile in realtà alla salute del corpo che dello spirito.
Sorprendentemente Carlo Magno, il ghiottone che Pipino il Breve, il padre, diede a balia alla sua fedele cuoca per timore che venisse avvelenato come l’altro figlio, fu l’antesignano della sobrietà.
Fissò per primo una dieta giornaliera e da riformatore scrisse personalmente una pagina importante nei suoi “Capitolari”, ‘insieme di norme che regolavano l’amministrazione, le finanze e la giustizia dei franchi.

Stabilì l’astinenza rigida dei giudici fino alla sentenza temendo, oltre le abbuffate, l’aspetto corrosivo della cervogia o del “vino resinoso” dei galli sui cervelli facendo sì che la giustizia oltre che serena accelerasse il passo, cosa da non raccontare al ministro Alfano in tempi di decretazione ad libitum.
Naturalmente, tornando ai trionfali banchetti di corte del quattro-cinquecento, sul finire del simposio, quando i signori cominciavano ad allentare i lacci dei loro Farsetti o del “Lupparello” gli eleganti giubbetti di seta e velluto ai quali si attaccavano le lunghe “calze suolate” con i colori dello stemma di famiglia, dette “Divisate” , negli anni della cucina agro-dolce e delle spezie i vini liquorosi, soprattutto i vini greci, avevano il compito di esaltare i sensi, se ancora i commensali a quel punto del convivio conservavano un briciolo di lucidità e dignità.

Cosa peraltro rara in quanto era frequente vedere coppie infilarsi sotto i tavoli o infrattarsi dietro i colonnati per sbaciucchiarsi senza vergogna e palparsi, peraltro un verbo questo di origine spagnola, se ricordo bene la frase sprezzante di un dignitario spagnolo offeso da tale spettacolo: “los italianos palpan”.

La Malvasia, nel linguaggio arcaico Malvagìa, entrata – si suppone -nel vocabolario volgare come neologismo per l’influsso sul cervello dei cattivi bevitori, arrivò in Italia nel 1200 grazie a un furto dei veneziani perpetrato sull’Isola di Creta.

Questo vino dolce era detto anche Moscato di Candia dalla città più popolosa dell’isola greca, e aveva diverse qualità.

Si beveva con gusto il vino di Filleo oggi scomparso, il vino di Cipro o vino Comandaria risalente alle prime Crociate e pare amato già dai faraoni e dai re persiani.

Si considerava ideale per il dessert quello dell’isola di Morea famosa per un’uva passita molto zuccherina.

Grazie al ratto del pregiato vitigno che pareggiava quello dell’imperatore dei franchi a San Galgano veniva creata anche una variante veneta, la Malvasia Perseghina, aromatizzata con pesche della Serenissima.

Meno famoso ma di grande reputazione fra la nobiltà, protagonista della diplomazia, nella conversazioni d’alto profilo culturale o durante le letture era il vino di Xeres, che si vuole arrivato in Andalusia, nella città di Jerez de la Frontera, 10 secoli prima di Cristo con i fenici grandi navigatori e primi vinaioli.

Si trattava di un vino bianco liquoroso ottenuto da tre vitigni selezionati e invecchiato e classificato in quattro gradazioni, dal più secco, il Fino, a quello il più dolce.

Ebbe subito enorme successo fra le corti del nord-europa, specie fra inglesi (che l’hanno ribattezzato sherry) e francesi.

Chi ha letto il racconto breve della scrittrice danese Karen Blixen dal quale è stato tratto il film “ Il pranzo di Babette”, per la mia modesta opinione il punto più alto del valore della cucina come arte e come metafora della capacità del cibo di migliorare le relazioni interpersonali di una comunità, risvegliare i migliori sentimenti, ricorderà bene una delle scene che vede protagonista questa raffinata bevanda.

E’ quando il generale degli ussari, ex playboy, tornato nella lande ventose della costa danese per accompagnare la vecchia zia a un banchetto alzando il calice di cristallo verso la lucerna, dopo averne bevuto un sol sorso riconosce l’”amontillado”, una delle gradazioni dello sherry.

Quello era l’ inconfondibile nettare servito nel miglior ristorante parigino dalla famosa chef Babette Persa costei la famiglia nella guerra civile, era riparata in un villaggio sperduto dello Jutland investendo una vincita nella lotteria francese per far arrivare l’occorrente per far rivivere i grandi piatti della sua cucina ched davano la felicità ai clienti e ridestare l’animo ormai vizzo di gente pettegola e bigotta.
E veniamo a Cecco, il grande sottovalutato al di fuori della sua Siena e forse non solo…
Per cercare di capire la poesia innovativa e coraggiosa, magari anche troppo per quei tempi, e la personalità di Messer Angiolieri bisogna dare una ripassata al quadro storico più denso di avvenimenti della Repubblica.

Cecco nasce nel 1260, anno fatidico quello del trionfo di Montaperti e dell’idea ghibellina.
Una delle battaglie campali più feroci della storia.

Con soli 18 mila armati, un coraggio da leoni, scelte stratetiche ardite, sorprendenti e quindi indovinate l’esercito della Repubblica sbaraglia eroicamente i 33 mila fiorentini forse troppo sicuri del successo.

Le milizie senesi-germaniche guidate da Provenzan Salvani, il principe Manfredi e il conte Giordano riusciranno a colmare questo deficit di forze inaudito e sullo slancio auto la Balzana raggiungerà l’apogeo della sua gloria.

Un momento inaccettabile, invece, per il papato. E si scatenò quindi una sorta di “french connection” facente capo alle tre santità – per modo di dire – francesi di Urbano IV, il più scaltro e irriducibile, Clemente IV, e Martino IV e a un signorotto provenzale che ambiva alla corona regale,Carlo d’Angiò.

Il risultato della longa manus francese creò così presupposti per la controriforma guelfa favorendo anche la ribellione di Firenze, retta da un podestà senese, attraverso un interdetto che in mandò in bolletta i banchieri senesi, i potenti esattori che dominavano i mercati del credito. Tutti i debitori si sentirono autorizzati a non pagare, se così voleva il Papa…

Nascere proprio in quell’anno domini 1260 significa dunque essere certamente figli di un destino scritto dagli astri. E Cecco in tutte le sue manifestazioni si dimostra un ghibellino sui generis, mentre Dante nasce guelfo e diventa ghibellino non per le sue idee ma perché è condannato a morte per certi maneggi come magistrato del catasto fiorentino.

Cecco è forse ribelle per desiderio di libertà e indipendenza, un desiderio sfogato carnalmente.
Il suo spirito non può piegarsi né al costume d’epoca, incline agli affari, alle continue e troppe guerre, allo scorrere del sangue (ne sanno qualcosa Montepulciano e Massa) ai repentini cambi di governo, i 24, i 36, i 15, i 12 e i 9, con conflitti civili di classe che sfociano nel primo e unico tentativo di golpe perpetrato da Niccolò Bonsignori.

Un tempo di barbarie alle quali corrispondevano per sovrappeso, come vedremo, punizioni sproporzionate.

E’ sradicato giovanissimo, Cecco, dal suo destino e dai suoi sogni di poeta.
Sembra verosimile l’ipotesi che non voglia piegarsi alla tradizione mercantile e bigotta di una famiglia molto ricca e influente che possiede ben due torri ed è imparentata con i Salimbeni. Sì, proprio i potenti Salimbeni simbolo della nobiltà che saranno proprio i più colpiti – e in ben due occasioni – dalla svolta politica interna perdendo oltre ai beni, la loro influenza e che determineranno l’esilio delle 17 famiglie della grande nobiltà.

Il padre Angioliero detto Solàfica è il banchiere di fiducia di Gregorio IX e per conto del papa raccoglie le decime ecclesiastiche in Francia e Gran Bretagna oltre a svolgere con altri soci un’attività finanziaria molto diversificata.

Su incarico del Comune di Siena al quale presta dei soldi per pagarsi i favori dell’imperatore Federico II deve anche svolgere il ruolo di mediatore in alcune schermaglie fra cittadine del territorio.
La famiglia di Cecco è anche bacchettona, forse anche troppo con un padre e la madre, Lisa della potente famiglia Salimbeni, iscritti alla Confraternita dei Frati di Beata Maria.

Tutto concorre a scatenare la sua ribellione di figlio dei fiori ante-litteram che non riuscirà mai piegarsi alla logica guelfa, mercantile e borghese, quella che strisciante risorge appunto pochi anni dopo lo scontro che per il sangue colorò l’Arbia di rosso, punteggiata dalla sorte amara e poi tragico dell’eroe senese per eccellenza.

Il fiero Provenzano, accusato da Dante di superbia per volere la distruzione di Firenze, viene messo infatti in minoranza dentro la Lega toscana post-Montaperti che si tiene a Empoli. Capitola, l’eroe della Balzana, dopo un acceso scontro dialettico con l’ambiguo Farinata degli Uberti che astutamente recita il ruolo di salvatore della patria fiorentina. E dopo il danno, quello di non venire ascoltato fino in fondo, la beffa della barbara uccisione a Colle per mano delle truppe francesi alleate con Firenze.
La storia sterza bruscamente, Cecco si ritrova suo malgrado costretto a combattere ventenne con le insegne guelfe impegnate nella conquista del castello di Torri e viene multato per due volte per aver lasciato il campo, l’atteggiamento tipico dell’obiettore di coscienza che dello sciupafemmine.
Successivamente deve pagare, e diverse volte, parecchie lire senesi di multa per non aver rispettato il coprifuoco dopo il terzo tocco delle campane, e la ragione in questo caso sì potrebbe essere la passione per la taverna, il dado e le donne.

Viene anche dipinto come un manesco, e addirittura accusato assieme a un ciabattino del ferimento di un cittadino, ma viene scagionato.

Per capire lo spazio di libertà individuale di quel tempo, e comprendere quanto Cecco si sentisse prigioniero del sistema bisogna ricordare il pugno di ferro col quale veniva gestito l’ordine pubblico.
Siamo di fronte a un’inaudita barbarie per una serie di delitti che commessi al giorno d’oggi verrebbero in molti casi cancellati con l’indulto.

Se ad esempio si rapiva una fanciulla, la forca era assicurata.

I falsari venivano messi al rogo.

I reati contro il patrimonio prevedevano il taglio della mano.

E fra quelli sessuali, era prevista l’impiccagione per i genitali nel caso di due soggetti colti in flagrante sodomia.

Chi veniva preso a rubare sulla Francigena, la via dei pellegrini, veniva impiccato, mentre negli altri casi gli veniva tagliato il piede destro. Conciato così faceva orrore e ribrezzo e gli veniva dato pure il foglio di via.

Il bestemmiatore, da parte sua, rischiava il taglio della lingua, erano proibiti la stregoneria, i filtri d’amore, i feticci, reati che prevedevano la bastonatura pubblica e la perdita della cittadinanza.
Il carcere preventivo non durava oltre i 15 giorni, esisteva però il patteggiamento con lo sconto del quarto della pena nel caso di confessione spontanea.

Se alla fine ti toccava la prigione, dovevi pagare gli stipendi dei carcerieri e anche la manutenzione, altro che lo champagne e aragoste dei reclusi per mafia e camorra dei giorni nostri.

Senza il posto sicuro nella funzione pubblica, la vita era davvero dura, specie per un giovane che bramava di esprimersi attraverso la poesia, e che sembrava amarre la dottrina di Epicuro il filosofo greco del piacere, anche lui iscritto al partito del vino-veritas, il quale diceva: “E’ cosa stolta supplicare gli dei per ottenere ciò che uno è in condizione di procurarsi.

Ancora lontana purtroppo per Cecco era la fioritura nel Trecento col Buon Governo, periodo che segna oltre una giustizia meno truculenta anche l’inizio della liberazione della donna, ingentilita ed elegante nel famoso affresco del Lorenzetti. Non passava giorno o fatto che Siena non facesse l’esercito, era quello un vivere di un giovane acculturato e spiritoso per i propri ideali?.
Ad ogni modo, non tutti i mali vengono per nuocere.

Il quasi trentenne Cecco più ingrugnito che mai, ormai diseredato che si dovrà vendere una vigna per pagarsi i debiti, dicono di gioco, viene spedito nel 1288 a Campaldino per combattere Arezzo in aiuto di Firenze e fa la conoscenza del più giovane Dante Alighieri.

Era segaligno, altezzoso, col naso aquilino Dante, quanto lui era un uomo seducente.

Comandava l’Alighier un drappello di fenditori, quell’ala della cavalleria leggera che attaccava al fianco il nemico e che alla fine diede nel 1289 contribuì la sua parte alla vittoria alla lega guelfa, per cui Arezzo venne inglobata direttamente da Firenze e Siena venne chiusa oltre che da nord anche da sud-est dai cari nemici. Messer Cecco era invece lo scanzonato comandante della Brigata Spendereccia che come sanguisughe era attaccata al suo patrimonio.

A parer mio non sembra verosimile un’amicizia fra i due giovani poeti, né un rapoporto di collaborazione come hanno ipotizzato molti studiosi senza tuttavia fornire la minima prova incorrendo magari in errori storici madornali, vedi l’affermare che Angiolieri padre e figlio pugnavano fianco a fianco a Campaldino..

L’ Angioliero figlio di Iacopo e padre di Cecco era morto molti anni prima mentre l’Angioliero Angiolieri di quella battaglia era un omonimo cortonese.
Dante fece piuttosto a Campaldino amicizie interessate, come quelle dei conti Guidi di Poppi presso i quali dimorò anni dopo a scrocco in versione “ghibellin fuggiasco”.

Certamente i due poeti che contribuirono moltissimo alla diffusione del volgare con idee forti e marcate si conobbero, anche se l’esercito contava di ben ottomila armati, e soprattutto l’uno era senese e l’altro fiorentino.

Dati poi i rispettivi caratteri, la differenza d’età, di stile di vita, di ambizioni, di una diversa concezione dell’amore del vino, quanto mai blanda da parte di Dante quasi… astemio anche nei suoi versi immortali, e la differenza di rango nella famosa battaglia, è più facile piuttosto che nel nome della passione per la poesia sia scoccata la scintilla della grande rivalità.

Una rivalità più volte punteggiata da Cecco nei suoi versi e alla quale Dante non ha mai dato risposta, anche se c’è chi ha cercato di squarciare il buio di questo rapporto di amore-odio fra gli innovatori del Duecento ipotizzando una corrispondenza inesistente se non addirittura di un reato di plagio da parte del Vate.

E’ vero che in uno dei 3 sonetti indirizzati al collega poeta, Cecco afferma “Dante Alighier, Cecco, ‘l tu serv’e amico” ma è vero anche che nell’ultimo scriva “Dante Alighier, s’i so’ bon begolardo…”. Amico di pelle o solo collega e rivale, dunque?

Essendo inoltre a sua volta Cecco costretto all’esilio – pare una decina d’anni, forse per politiche ragioni – dovendo riparare a Roma presso il cardinale senese Riccardo Petroni, afferma “s’eo so fatto romano, e tu lombardo” ammettendo l’esistenza di un vallo insormontabile, per cui sarebbe stato difficile per i due “poeti erranti” un rapporto epistolare.

. E’ più facile, invece, che Cecco – voglio azzardare ragionando come cronista -abbia dato lo spunto per i suoi originalissimi racconti a Pirandello, uno dei suoi più attenti studiosi e seguaci
Cecco, l’eroe della Consuma, della brigata spendereccia alla quale si attribuì addirittura il panforte come tanti anni fa ebbe a raccontarmi un personaggio delizioso, Beppino Ciatti, il lupaiolo direttore dell’Enoteca mio affezionato lettore della Gazzetta invitandomi per la prima volta a Siena, è omologato fra i poeti giocosi, i cosiddetti goliardi anche se qualche antologia lo vorrebbe fra i “poeti maledetti”.
Probabilmente è stato il primo grande poeta innovativo del volgare, e basta per scolpirgli un posto nella storia della letteratura il suo famoso sonetto che recita così:

S’io fosse foco arderei l’mondo
S’i fosse vento lo tempesterei
S’i fossi imperatore sa’ che farei?
A tutti mozzerei lo capo a tondo.
Si fosse morte andre da mio padre
S’i fossi vita fuggirei da lui…

Cecco si scaglia nuovamente col padre reo di non volere aprire la sua fornita cantina che racchiude il suo vino preferito, la Vernaccia (“l’altrier gli chiesi un fiasco di raspeo”, un vino di seconda qualità, fatto coi raspi) lo apostrofa “’ l can giudeo”, vorrebbe addirittura mangiarselo vivo (“Ma cchi sapesse ben ogni sua taccia, direbbe: “Vivo il dovresti mangiare!”.) Ma poi a uno dei suoi 5 figli ufficiali che hanno nomi stravanti, come Meo e Deo mette il nome del padre Angioliero, e questo smonta tutto il castello del suo odio.

Sarà tutto vero o esibito, una recita letteraria, dunque questo “parricidio” verbale?. E sarà anche vero il ritratto che fa del suo “ideale di vita” nella quartina di un altro sonetto dove dice:

“Tre cose solamente mi so’ in grado,
le quali posso ben ben fornire:
ciò è la donna, la taverna e ‘l dado;
queste m i fanno ‘l cuore lieto sentire”

E qui Cecco tace della cosa che più gli riesce bene, la poesia, o quindi sfoggia un esibizionismo poetico tipico del genere buffonesco tipico dei “clerici vagantes” che in riposta alle cupezze del “Dies Irae” di Tommaso di Celano andavano di taverna di taverna del Vecchio Continente per diffondere “l’armonia dei canti uniti al dolce vino”?

C’è infine una figura femminile ricorrente nei suoi 120 sonetti.

Si tratta della Becchina presentata come donna insulsa, volgare, attaccabrighe, paragonata comunque nella scala dei suoi valori poco più di un vino ordinario (“che mi fa maggior noia il vin latino, che la mia donna, quand’ella mi caccia”) .

E la sempre innominata madre dei suoi figli chi è e dov’è?. E’ impensabile che un giovane altolocato Angiolieri mantenga una relazione con una popolana ignorante e insulsa? E dunque questa figura insolente non è creata ad arte per svillaneggiare l’amore platonico dell’opportunista Dante per Beatrice, ricettacolo di virtù?.

Forse questa è la conferma del rebus-angiolieri che ha usato per le sue invettive al sistema la buffoneria elevata ad arte letteraria, un’arte che sette secoli dopo avrebbe portato al Nobel col suo gramelot il giullare Dario Fo attratto però più dalle esibizioni letterarie del suo conterraneo meneghin Bonvesin della Riva contemporaneo dell’Angiolieri.

Il “politicamente corretto” Bonvesin codifica sorta di galateo (“50 cortesie da praticare a tavola”) con un’avvertenza per il consumo del vino:

“quand tu è ai convivi,
anc sia bon vin in desco, guarda che tu non ivrii
Chi se ivria matatamente in tre mainer offende:
el nox al corp e a l’anima e perd lo vi nch’el spende”.

Son versi che per il mio udire meritano il pernacchio, e mi convincono sempre più sulla grande messinscena di Cecco, l’antagonista del grande astemio (e opportunista, ripeto) fiorentino che condannato a morte non tornò mai a Firenze per difendersi…

Tento per finire qualche piccola conclusione personale, e penso che l’amato Cecco come Khayyam abbia scritto per metafora. E che “l’dado” non sia che la rappresentazione della sorte beffarda, che intendesse per “vin latino” una lingua meno vigorosa del volgare e non una qualità di vino , e che infine la donna fosse il piacere della carne col suo rovescio di volgarità.

Onore dunque al ghibellino-pensatore che da qualche parte gongola rivedendosi come un enigma letterario e magari per l’ultimo sberleffo fatto al Dante superbo, quello di incarnarsi nel comico che va di piazza in piazza a declamare i suoi versi, quasi fosse lui l’autore.

Ah, dimenticavo, Cecco mi è venuto in sogno uno dei giorni scorsi per consegnarvi qui stasera, questo messaggio:

“Vin novo… e se poco si svetta
rallegri ben ben la mea Civetta”

Enrico Campana