Dan Peterson ricorda la figura del giornalista Enrico Campana

In un articolo uscito su basketnet.it, Dan Peterson – protagonista indiscusso del basket internazionale – fornisce un ritratto del giornalista e scrittore Enrico Campana, voce storica del basket e autore della prima (e unica) Enciclopedia del Basket pubblicata da Rizzoli in ben due edizioni (la prima di 400 pagine, la seconda di 1000 pagine in quattro volumi). Enrico è stato a lungo giornalista della Gazzetta dello Sport, direttore di Superbasket e protagonista del giornalismo sportivo a partire dagli anni ’70.

Conosco Enrico Campana da diverso tempo, il caso ha voluto che la passione per la buona cucina ci facesse incontrare nel ristorante dei miei genitori con i quali ha iniziato una collaborazione per la seconda edizione del suo libro “Suavis Locus“. Appena mi è arrivata notizia dell’articolo uscito su basketnet.it ho quindi sentito Enrico ed ho pensato che sarebbe interessante conoscere anche la sua opinione perchè – citando Dan Peterson – ci mancano gli articoli di Enrico sul basket ed il suo modo di scrivere che è un piacere leggere.

Nei prossimi giorni Enrico Campana sarà ad Agadir in Marocco per seguire il decennale del Gran Premio Royal Air Maroc, un importante evento di golf e per lavorare ad un reportage sullo sport e sul costume marocchino. Cio nonostante Enrico mi ha promesso che al suo rientro (tra sabato 2 e domenica 3 febbraio) risponderà personalmente a Dan Peterson su questo blog e c’è da aspettarsi un’altra delle sue “sparate”!

 
Links: Basketnet.it – Giganti del Basket: Enrico Campana

3 thoughts on “Dan Peterson ricorda la figura del giornalista Enrico Campana

  1. Non sono esperto di basket da ricordare questi eventi fra Enrico Campana e Dan Peterson (a quell’epoca forse non giocavo neppure il minibasket e di sicuro non leggevo di basket :) ), però credo che il basket moderno avrebbe bisogno di un pò di sana critica e magari anche di qualche “ragionevole” discussione in più. Oggi, che leggo un pò di più di basket e soprattutto come fotografo vedo di più, credo che molto di quello che leggo potrebbe esser archiviato come un tentativo di santificare oltre ogni ragionevolezza le squadre top del momento con buona pace di tradizione, gioco e impegno profuso e magari anche risultato.

    Non conosco il basket molto bene però posso citare un evento che mi è rimasto in mente e che dopo le prime battute sulla Gazzetta sparì del tutto: chi ricorda Milano-Varese di quest’anno finita con la vittoria di Milano? Gallinari 16 punti, Bulleri 15 e Aradori 15 punti e 8 rimbalzi in 19 minuti!!!

    Meditate gente… meditate…. in attesa di sentire nuovamente il grande Campana.

    Mi accingo a fotografare Milano contro Pesaro e in cuor mio spero di poter assistere ad una di quelle sfide che infiammarono l’Italia di qualche anno addietro.

  2. Tempo fa, quando ricevetti l’omaggio del suo (least but non last…) libro “Quand’ero alto due metri”, lo chiamai per complimentarmi, naturalmente con ironia: è prassi, quando si incrociano due persone che per tutta la vita vanno di fretta, c’è sempre una cosa nuova da fare, non bisogna perdere tempo con i ricordi…
    Osservai che la sua era una sceneggiatura aderente e ben scritta del film basket italiano degli ultimi 25 anni, nel quale ho vissuto intensamente; un lavoro di verismo onesto, documentato, punteggiato da un “autorevole protagonista” per niente affetto da “piccolo protagonismo”; al tempo stesso gli annunciai che orgogliosamente non volevo essere da meno… ma che, purtroppo, per quanti libri e articoli da me scritti impilati l’uno sull’altro nel tentativo di innalzarmi “caro Dan, ai due metri proprio io non ci arrivo, non è detto però che un giorno non riesca a superarti”.
    Giusto per una sfida fra professionisti, ho voluto preannunciargli in maniera singolare che terminata la mia ultima battaglia (persa), il rilancio della novella italiana, genere letterario sapido ma dimenticato alla quale ho dedicato l’originale “Suavis Locus, novelle Toscane” primo di altri (spero)19 libri dedicati ad altrettante regioni, un giorno mi deciderò a pubblicare, per soddisfare anche le numerose richieste, la mia “summa” sul basket dal titolo “Quand’ero alto 3 metri e 05”.

    Tranquilli, non si tratta di una formula algebrica…Tranquilli, falsi profeti (ma che profeti…apprendisti stregoni…) del basket: gli è che avendo vissuto una vita sotto canestro col mio metro e 70 da – come scrivevano i miei “amici” – “omino coi baffi” (mi merito in regalo per tutte quelle cattiverie una Bialetti per il caffè, o no?) desidero issarmi all’altezza del fatidico anello – quello delle mie nozze col… basket – per osservare la realtà da un altro punto di vista; di lassù l’aria è più tersa, rarefatta e lo spettacolo panoramico.
    Insomma, una replica più “alta” dell’esercizio nobilitante (e inarrivabile) che il professor Keating, così mi sembra si chiamasse il protagonista dell’Attimo Fuggente, proponeva agli allievi del suo college stile gotico, conservatore e codino, stracciando le pagine della poesia convenzionale e ipocrita per alimentare invece la creatività e la purezza della setta dei Poeti Estinti.

    Ogni tanto col “littebigdan”ci scambiamo volentieri qualche e-mail, sul più e sul meno (il basket è sempre sul meno, destino di una sua malintesa gestione: ma può piacere, essere un modello di sviluppo un’azienda che produce in deficit?) ed è allora che mi lascio trascinare; ci tempestiamo di messaggi e risposte per 10 minuti, senza veleni e con rispetto; poi il gioco s’interrompe bruscamente e non ci sentiamo magari per anni.
    L’ultima volta, mesi fa, quando cominciavano già a tambureggiare sulle primarie USA, gli chiesi di essere ospite per la mia trasmissione radiofonica settimanale per “Radiocuore” (sì, dopo 10 anni di silenzio ho…sdoganato il basket); lo incalzai chiedendogli per chi mai avrebbe votato (non sono autorizzato a comunicarvelo…intanto per voi è un democratico o un repubblicano un professorino self made man del Tennesseee, il profondo sud?) cercando invano di trascinarlo nel paludoso argomento della politica italiana e proponendogli addirittura di scrivere un libro a quattro mani sull’argomento. Ho insistito altre 3 volte, sono convinto che sarebbe un best-seller, ma aspetto ancora la risposta; temo proprio che giudichi la mia proposta più che “poco interessante”, perfettamente inutile visti i nostri casini (di nome e di fatto). O che sia per fedeltà più che per ideologia un berluskones doc, e quindi abbiamo idee diverse? (preciso però che sono anche un veltroni-no ma il veltro occhialuto mi diverte nella sua recita da kennedy dei noantri!).

    Ogni rarefatta occasione di dialogo via cavo fra noi due, dal mio studio immerso in un oliveto su un cucuzzolo toscano di 150 anime che guarda la Valdichiana e ho ribattezzato “il posto dove osano le aquile” e il suo nel traffico di Milano, anche nel piatto dello schermo Dan mi appare sempre lo stesso, animato ma non di cartone, il dan-icona che ho conosciuto la prima volta a Bologna quando gli chiesi per rompere il ghiaccio e provocarlo, se fosse appena arrivato dal circo di Mosca. Con quei suoi pantaloni scozzesi a quadri coloratissimi, la foggia tipica di un piccolo clown triste, era già un personaggio; non mi lasciarono però indifferente il viso aguzzo, gli interventi misurati e precisi, e due occhi che sembravano un radar, che si spostavano da destra a sinistra per 180 gradi esattamente lo stesso magnetismo che avevo subito anni prima incrociando lo sguardo di Bill Bradley quando lasciava Oxford per giocare l’Euroclub con le “scarpette rosse” e allenava curiosamente la sua “visione periferica”, prima virtù del play d’epoca, davanti alla Rinascente cercando di ricordare cosa avesse visto in un minuto. Grande…

    Quello sguardo di Dan rischiava di plagiarmi, mi suggestionava facendomi credere che avessi di fronte addirittura il protagonista di una spy-story!
    Si raccontava infatti che il Peace Corp americano l’avesse mandato in missione nel “Cile lindo” con la scusa di erudire la nazionale di basket, e che fosse scappato – guarda caso – da Santiago pochi minuti dopo l’arresto di Salvator Allende da parte degli uomini di Pinochet alla Moneda.
    Dan- l’avete capito con questo episodio – sa trovarsi al posto giusto al momento giusto, ma anche non esserci quando è sconveniente esserci, esattamente come quella famosa volta in cui – mi raccontò Mike D’Antoni – precipitatosi nello spogliatoio all’intervallo lo sponsor troppo focoso per scuotere teatralmente la squadra apatica, estrasse all’improvviso un coltello mettendo la punta nel petto di un giovane e robusto giocatore, credo Pessina; il Dan capita l’antifona si chiuse in bagno tendendo l’orecchio all’uscio, e terminata la sceneggiata tornò con l’aria soddisfatta di quello che aveva fatto il suo“bisognino”; mentre lo sponsor era già ben oltre la porta, gli disse da dietro cercando di salvarsi la faccia con i giocatori: “dottore, come mai lei qua?”.

    Non riesco a capire, più ci ripenso, pensando a quanto il tempo ha dilatato o cristallizzato questo personaggio da bosco e da riviera, da palestra e palcoscenico, quanto invece di converso ha rimpicciolito un fenomeno esplosivo come il basket perché si gettino nel cesso occasioni come quelle che offre una figura sferica, più unica che rara, come Dan, uno che – vediamo adesso – riesce a essere grande, un catalizzatore, anche nel ruolo di superconsulente-doplomatico, per la fortuna del manager veneziano messosi in testa di rilanciare la gloriosa Reyer, notizia che peraltro ha avuto più spazio sui giornali di certe partite di questo campionato bislacco.
    Non voglio credere che sia colpa dei miei colleghi. Tempo fa mi è arrivata una e-mail di un giovane collega cui porto rispetto, per raccontarmi il siparietto fra tal Ercolino da Avellino e Carlton Myers. Carlton ruffianemente entra in sala stampa mettendo la mano sulla spalla al re del mattone, gli dice “presidente, complimenti!”, lui si gira di scatto e gli chiede: “Ma lei chi è?”. Finale del messaggio: con la tua penna, Ercolino sarebbe diventato un racconto di successo a più puntate. Stop!

    Un capitale perso, il Dan, la dimostrazione che il nostro basket è gestito come i governi italiani, cioè sempre peggio. Passi per me, “omino coi baffi” uscito volontariamente dal parquet per il troppo amore, la gratitudine che gli debbo e il fiuto nel capire che era al tramonto l’epopea dei grandi presidenti: Bogoncelli e Borghi, la dinastia dei Bulgheroni, Allievi o il doge-archeologo della Reyer e lo stesso ingegner Boris di Livorno che poteva fregiarsi del prestigioso marchio della chimica, massì anche i fratelli Scavolini, o come dimenticare il cavalier Maggiò, il Borghi del Sud che costruì a sue spese in 102 giorni lavorando con la sua impresa anche la notte, con le fotocellule?
    Stavano per estinguersi però anche quelli del nuovo filone, i presidenti-manager (Giulio Malgara, Angelo Rovati e poi Alfredo Cazzola che sbagliò, come gli ho sempre rimproverato, a non mandare a quel paese i nefasti e troppi “ucci ucci” e a non farsi proclamare dal basket Commissioner, occasione che la Lega calcio adesso sembra non voglia perdere.

    Le grandi menti, imperdonabile vizio, anche loro accantonate, in naftalina senza il dovuto “officio” funebre: Claudio Coccia se ci sei batti un colpo…; il giudice-pianista costruttore di certezze Beppino Viola; il rappresentante diventato dotto docente, Arnaldo Taurisano; il Mario Blasone novello Lawrence d’Arabia delle terre pre-sahariane e costretto a essere considerato uno fuori dal coro negli anni del “grande padrinato” nonostante 10 successi in 10 anni alla guida delle giovanili azzurre; e ancor prima il professore Carmine Paratore e Jim Mcgregor, il Peterson d’epoca, il Globettrotter della panchina che mi ripeteva spesso, con grande saggezza, che la massima gratitudine la riservava ai presidenti che l’avevano mandato via con un calcio nel sedere “un principio di fisica che permette un avanzamento sicuro di qualche metro…”.
    E’ lungo anche l’elenco delle menti discusse nonostante regalassero sacche di plasma d’oro: vogliamo parlare di De Michelis, colui che portò 12 miliardi di contratto Rai al basket?, o del marchese di Gubbio Guido Carlo Gatti che gettò le basi dello scudetto di Roma portandovi la Perugina?

    Stavano già arrivando purtroppo sulla scena quel vero flagello che sono i padroncini, i figli di…, i generomanager, i piazzisti di scarpe da ginnastica e di abiti realizzati sfruttando le umili sartine di paese, i lobbisti di paese, i sottopancia (che significa portaborse o yes-men); peggio dei roditori, gente che non conosce, che gabba ad ogni piè sospinto, che crede di giocare al monopoli… col risultato che la Lega diventava un litigioso condominio e la culla dello status quo, del controllo della situazione per trarne un vantaggio personale; questa la “morale” emersa infatti dalla sua piccola squallida mitrokhin, ovvero lo sbianchettamento portato alla luce dal tribunale di Bologna che pur bacchettando purtroppo la serietà del basket, ha ignorato i veri colpevoli, quelle figure che, per la legge, ne hanno la responsabilità oggettiva.
    Nella rete, come sempre in Italia, sono rimasti i pesci piccoli!

    E Dan? Perché hanno usato impunemente, ogni volta, il suo nome per la Lega, per poi “intronare” nuvole di passaggio (ben 3 nel giro dell’ultimo anno: quando le squadre di sport cambiano spesso allenatore non è il segno che le cose non funzionano?) che scaricano la loro pioggerellina acida, urticante e poi… avanti il prossimo? Volete che metta in una busta il prossimo presidente, un nome è già scontato?
    A proposito: apro il sito di Legabasket.it e, per amor di Dio, trovo spaventoso che il suo presidente (che nessuno si azzardi a dire il nuovo presidente, e non per l’età…) a suggello della più tragica e suicida azione di marketing e comunicazione che oggi possa offrire lo sport italiano, dichiari di aver messo in vendita la squadra di Cantù proprio in un momento delicato, in piena crisi di risultati. Può essere consentito – mi chiedo – a una figura istituzionale e di rappresentanza del movimento offrire l’immagine di una svendita di tutto il basket?

    Caro Dan, “resisti, resisti, resisti” come tuonava il giudice Borrelli!
    Proprio l’altra sera la contessa, co-autrice del mio “Suavis Locus” leggendo la story che mi hai dedicato per i “Giganti del basket” mi ha chiesto chi tu fossi. Le ho detto intanto che le tue squadre non hanno mai cambiato straniero se lui giocava male; se aveva problemi d’inserimento o batteva la fiacca cercavi di allenarlo ancora di più, di coinvolgerlo, e di aumentare il livello di collaborazione dei compagni.
    Le ho raccontato anche di quella volta che alle 6 di mattina ti telefonò Bogoncelli per scusarsi della vendita di Vecchiato perché servivano i soldi per il campionato, e tu lo rimproverasti: ”Presidente, ma lei mi sveglia a quest’ora per comunicarmi una notizia così poco importante?”. In questo modo fornivi alla tua squadra una motivazione che valeva almeno 3 buoni rinforzi.

    Alla contessa ho anche raccontato quando, sapendomi un po’ in disarmo, ti precipitasti una sera dopocena in casa mia alla Bovisa con la chitarra e il tuo repertorio di musica country, magari anche per sapere come e dove vivevo, o di quando all’annuncio che smettevi irrevocabilmente con la panchina ti dissi: “Dan, quando sarai in America ti verrà nostalgia di quel che scrivo…” e tu sogghignando: “Nemmeno il tempo di allacciare le cinture di sicurezza, Rico, avrò già dimenticato un rompicoglioni come te”.
    Adesso ti confesserò, per finire, di aver architettato un piccolo scherzo stile “Amici Miei” “Dan, in Italia se presti i soldi, perdi gli amici…” per punire la tua proverbiale (credo presunta…) avarizia. Spesso uscivi di casa senza il portafogli, una volta – succede – mi hai chiesto un piccolissimo prestito; e me lo hai reso alla prima occasione. Ho lasciato passare un mese, e poi fingendo imbarazzato, ti ho ricordato che dovevi restituirmi 50 mila lire, con l’aiuto della saggezza popolare. “Vero, Rico?”, hai ripetuto 3-4 volte studiandomi ben bene, però io ho saputo dissimulare da vero attore. “Dan, pazienza, considera le 50 mila un mio regalo… facciamo che ti arriverà a casa anche una bottiglia di champagne”, gli dissi portando avanti lo scherzo al limite di una fragorosa risata. In quel momento cavasti allora dal portafogli 5 pezzi da diecimila. Il giorno dopo si giocava una partita, offrii la cena a Gianni Decleva e ad un altro paio di giornalisti. Brindammo alla tua salute!
    Per me, lui numero 1…

    Enrico Campana
    encampana@inwind.it