Archive for the ‘Attualità’ Category

L’origine dell’universo

Friday, September 3rd, 2010

Nell’ultimo suo libro (“The grand design”) S. Hawking sostiene che la creazione dell’universo si puà spiegare anche senza l’intervento di Dio. Secondo Hawking la creazione dell’universo è stata una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica. L’argomento è controverso e ci pone difronte a domande alle quali ancora non abbiamo ancora una risposta. Perchè siamo qui? Quali sono le nostre origini?

Quelli che seguono sono alcuni estratti di un articolo di S. Hawking il quale introduce il tema partendo dal mito di Boshongo (Africa Centrale) secondo cui:

In the beginning, there was only darkness, water, and the great god Bumba. One day Bumba, in pain from a stomach ache, vomited up the sun. The sun dried up some of the water, leaving land. Still in pain, Bumba vomited up the moon, the stars, and then some animals. The leopard, the crocodile, the turtle, and finally, man.

[...]

If one believed that the universe had a beginning, the obvious question was what happened before the beginning? What was God doing before He made the world? Was He preparing Hell for people who asked such questions?

[...]

However in 1915, Einstein introduced his revolutionary General Theory of Relativity. In this, space and time were no longer Absolute, no longer a fixed background to events. Instead, they were dynamical quantities that were shaped by the matter and energy in the universe. They were defined only within the universe, so it made no sense to talk of a time before the universe began. [...] Any so-called beginning of the universe would be artificial, in the sense that one could extend the history back to earlier times.

[...]

The expansion of the universe was one of the most important intellectual discoveries of the 20th century, or of any century. It transformed the debate about whether the universe had a beginning. If galaxies are moving apart now, they must have been closer together in the past. If their speed had been constant, they would all have been on top of one another about 15 billion years ago. Was this the beginning of the universe? Many scientists were still unhappy with the universe having a beginning because it seemed to imply that physics broke down. One would have to invoke an outside agency, which for convenience, one can call God, to determine how the universe began.

[...]

Leggi tutto l’intervento del Prof. S. Hawking

Su tutte le furie per un “cattivo” panino con la porchetta. Denunciata

Thursday, September 2nd, 2010

Cose strane succedono in quel di Siena ….

[...]

Dopo aver addentato e gustato metà il panino, non ritenendosi soddisfatta della sua qualità, la donna, una senese di 56 anni, è tornata indietro a protestare con il commerciante pretendendone uno migliore in cambio.

Al suo rifiuto ha iniziato ad urlare, in presenza di altri avventori, e ha buttato giù dal bancone del negozio un contenitore di cristallo con dentro il pane che, nonostante il tentativo del proprietario di afferrarlo, è andato in frantumi.

[...]

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Suggerisco alla signora di andare il prossimo 11 Settembre alla Sagra della Porchetta di Monte San Savino che tra l’altro detiene il curioso record della porchetta più lunga del mondo (45 metri)!

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I desamadre presentano il loro primo disco

Tuesday, August 3rd, 2010

Intervista ad Andrea Scelfo su Il cittadino (leggi l’intervista)

Photostory pop art music contest su Il Cittadino

Monday, August 2nd, 2010

On line su www.ilcittadinoonline.it
la fotostory del Pop Art Music Contest.

La strana vittoria di Andrea P.

Sunday, August 1st, 2010

Bisognerebbe seguire la genialità del Molleggiato per comprendere e dare un pizzico d’ironia quando certi verdetti lasciano perplessi , compresi gli stessi vincitori.

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Giusto vincitore l’ex ragazzino dello Zecchino d’Oro laureato in ingegneria elettronica che monta impianti idraulici e aggiusta rubinetti nella bottega paterna …

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Vedendo l’avvocato con la bombetta- davvero un interessante epigono di cantautori culturali come Paolo Conte -. ritrovarsi fra le mani solo una coppa di metallo nella lunga notte bettolina mi ha fatto tornare alla mente la famosa frase pronunciata tanti anni fa alle Olimpiadi dalla star di una celebre squadra Usa di pallacanestro defraudata dell’oro. Appena ricevuta la medaglia d’argento argento disse: “Non la userò nemmeno come fermacarte..”.

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Premiazione – Pop Art Music Contest

Sunday, August 1st, 2010

Tutte le immagini della premiazione, della serata, del pubblico e dei giurati.

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Madways – Pop Art Music Contest (Finale)

Sunday, August 1st, 2010

Galleria fotografica dell’esibizione della band al Pop Art Music Contest organizzato dal Bar Prestige di Bettolle. Componenti della band: Jessica (Voce), Alessandro e Mauro (Chitarre), Matteo (Basso ), Luca (Batteria).

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Andrea Pinsuti – Pop Art Music Contest (Finale)

Sunday, August 1st, 2010

Galleria fotografica dell’esibizione della band al Pop Art Music Contest organizzato dal Bar Prestige di Bettolle. Componenti della band: Andrea Pinsuti (Voce e Tastiera), Francesco Paterni (Chitarra), Marco Fanciullini (batteria) e Roberto Grigiotti (Basso).

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Carlo Francis – Pop Art Music Contest (Finale)

Sunday, August 1st, 2010

Galleria fotografica dell’esibizione della band al Pop Art Music Contest organizzato dal Bar Prestige di Bettolle. Componenti della band: Carlo Barlozzo (Voce e Chitarra), Gianluca Meconcelli (Batteria), Guido Pietrella (Basso) e Diego Perugini (Chitarra).

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Fotografie di Michele Berti (www.micheleberti.it).

Pop Art Music Contest su Arezzo Web

Sunday, August 1st, 2010

BETTOLLE. La prima semifinale del 24 luglio scorso ha dato i suoi meritati frutti: buona musica, ottima compagnia e il sempre nuovo Prestige Bar.
I Madways (Arezzo), Andrea Pinsuti (Bettolle) e Carlo-Francis Live (Chianciano) si sfideranno domani sera, sabato 31 luglio 2010 sul palco all’aperto del Prestige Bar che si affaccia sull’uscita della A-1 Valdichiana (Centro commerciale Le Rotonde, ingresso libero, dalle ore 22.00 (info – popartmusiccontest@gmail.com).
La prima edizione del Pop Art Music Contest esalerà i suoi ultimi ma dirompenti sospiri, dopo due mesi di selezioni e semifinali, contrassegnato da una crescita continua come interesse, qualità delle proposte e coinvolgimento degli artisti.

Leggi tutto l’articolo su www.arezzoweb.it

Articolo sul pop art music contest uscito su www.arezzoweb.it

Articolo sul pop art music contest uscito su www.arezzoweb.it

PAMC ancora tra i più letti de Il Cittadino On line

Friday, July 30th, 2010

Altro articolo di E. Campana entrato tra gli articoli più letti de Il Cittadino On Line. Questa volta a scalare la classifica il resoconto dell’ultima semifinale: Sabato finale a tre al Pop Art Music Contest di Bettolle.

Sabato finale a tre al Pop Art Music Contest di Bettolle

Sabato finale a tre al Pop Art Music Contest di Bettolle

Grande successo del Pop Art Music Contest sulla stampa …

Friday, July 30th, 2010

Oggi la homa page de Il Cittadino On line riporta tra gli articoli piu’ letti il pezzo di Enrico Campana “A Bettolle Piace il rock del cantautore” uscito il 29 Luglio:

A Bettolle piace il rock del cantautore tra gli aritcoli piu letti de Il Cittadino On line

A Bettolle piace il rock del cantautore tra gli aritcoli piu' letti de Il Cittadino On line

Sempre in home page de Il Cittadino on line, nella rubrica “Eventi”, e’ presente un secondo articolo – sempre di Enrico Campana – riferito questa volta all’ultima semifinale tenutasi ieri 29 Luglio: “Sabato finale a tre al Pop Art Music Contest di Bettolle

Sabato finale a tre al Pop Art Music Contest di Bettolle

Sabato finale a tre al Pop Art Music Contest di Bettolle

A riprova di questo successo facciamo notare come anche su Google, facendo una ricerca per www.ilcittadinoonline.it, l’articolo “A Bettolle Piace il rock del cantautore” compare in testa alla lista dei risultati (3° risultato proposto, v. immagine sotto):

Google

A Bettolle piace il rock del cantautore in testa alla lista dei risultati su Google

Bettolle, sabato finale a tre al Pop Art Music Contest

Friday, July 30th, 2010

La notizia vera non è la qualificazione, quale vincitrice della terza semifinale, del Pop Art Music Contest per la lunga notte di questo sabato sera (31 luglio) al PrestigeBar di Bettolle, del “degregoriano doc” Carlo Francis, la bombetta, l’abitino nero gualcito, i suoi “musici” di altissimo profilo dei quali si deve ricordare che la musica non solo la onorano ma la insegnano, facendo da supporto anche ad artisti famosi. Basta per tutti il nome della divina della musica. Sì, proprio lady Mazzini in arte Mina.

La notizia vera è che ha fatto la sua bellissima figura la Diamaband col suo solista-trasformista. L’aretino Francesco Grotti ha infatti smesso i panni (anzi: il cappellino da marine in libera uscita) del “rock carnale” di Vasco Rossi per dare una piccola lezione di professionalità.

[...]

L’ultima semifinale ha dunque premiato Carlo, l’avvocatino di Chianciano che a settembre presenterà il suo cd. Se ha saputo calamitare professionisti esperti significa che possiede carisma, idee e talento perché in queste band prospettiche i musici stanno al capo come i capi-mastro hanno innalzato l’opera di Michelangelo e Buonarroti.

Così Enrico Campana su Il Cittadino On line. Leggi l’articolo integrale su www.ilcittadinoonline.it.

Carlo Barlozzo sul palco del Pop Art Music Contest (Prestige Bar - Bettolle)

Carlo Barlozzo sul palco del Pop Art Music Contest (Prestige Bar - Bettolle)

A Bettolle piace il rock del cantautore

Thursday, July 29th, 2010

Giudicare questa sfida è come scegliere fra un giro in vespa nel paesaggio toscano con la propria ragazza sul sellino e salire invece su una potente moto da cross sullo sterrato, due mezzi diversi, due emozioni differenti e un unico denominatore: professionalità, e ci dite poco?

Così Enrico Campana de Il Cittadino Online racconta le sue impressioni su questa sfida disputatasi ieri sera sul palco del Pop Art Music Contest organizzato dal Prestige Bar di Bettolle. Leggi tutto l’articolo su www.ilcittadinoonline.it.

Andrea Pinsuti sul palco del Pop Art Music Contest (Prestige Bar - Bettolle)

Andrea Pinsuti sul palco del Pop Art Music Contest (Prestige Bar - Bettolle)

Golf, Oosthuizen colpo da re?

Sunday, July 18th, 2010

A St.Andrews il sorprendente 27enne sudafricano tanta di conquistare l’Open dei 150 anni partendo da 4 colpi di vantaggio sull’inglese Casey e 7 su Kaymer. Niente da fare ancora una volta per Tiger Woods che puntava al 3° titolo. Edoardo Molinari 65°

Servizio speciale di Enrico Campana

St.Andrews – E’ chiaro che la saga di St.Andrews per festeggiare i 150 anni della Casa del Golf eretta – pensate – l’anno prima dell’Unità d’Italia, vuole mandare col simpatico carneade dal nome barocco, Lodewicus Theodorus (detto Louis ) Oosthuizen un messaggio improntato al lavoro e all’umiltà, ma anche contro la superbia e la cattiva gestione dell’immagine di questo sport espressa ultimamente da Tiger Woods.

E’ chiaro però anche che a 18 buche dalla fine questo “The 139° Open” non lo vinceranno più il trionfatore delle ultime due edizioni di St.Andrews nel 2000 e 2005, Tiger Woods, 18°, staccato di 12 colpi dal battistrada. Come è chiaro che quest’anno non vincerà un americano. Il primo yankee, Dustin Johnson balzato alla ribalta nell’Us Open un mese fa, è 7° a 9 colpi. E non ci sarà un bis di Steve Cink (38°, 14 colpi di distacco), nè sarà preda di uno dei 6 giocatori che si sono spartiti i majors dell’ultimo anno: i vincitori del Masters, l’argentino Angel Cabrera, che non ha superato il taglio e Phil Mickelson (26°, 13 colpi di ritardo), i vincitori dell’US Open Championship Lucas Glover (18°, -12) e l’irlandese Graeme McDowell (38°, -14), il vincitore dell’US Pga Championshin il coreano Ye Yang (52°, -16) e naturalmente il cowboy dell’Oklahoma Steve Cink che ha vissuto di rendita del colpo dell’anno scorso a Turnberry, quando con due birdie alla 17 e alla 18 impedì al 59enne Tom Watson di vincere il suo 6° titolo. Cioè l’impresa estrema del golf.

Non vinceranno però questa edizione nemmeno Rory McIlroy che aveva bruciato il campo con quel 63 alla prima giornata e poi nella seconda, segnata da venti impetuosi, l’ha persa girando con 80 colpi, né il “grande peccatore” John Daly che aveva aperto giovedì le danze, il semovente Mark Calcaterra arrivato a 50 anni al 2° posto al secondo giro, ma trovatosi sabato con 7 colpi sul groppone dopo sole 5 buche, il peggiore di giornata. Out anche l’inglese Ian Poulter che sembrava voler spaccare il mondo con i suoi magici Aruba che gli hanno fatto vincere l’Accenture Match Play.

Occasione persa però, visti i volti dei primi 10, anche per i fratelli Molinari, che sono davanti nelle classifiche al collega Oosthuizen, 54° nel ranking mondiale e 32° nella Race to Dubai contro il 19° di Edoardo o il 3o° di Francesco , se vogliamo fare dei paragoni. Ma non bisogna essere troppo esigenti, fino a poco tempo fa il golf era considerato una specie di ground zero fra gli sport nazionali, solo un anno fa i Molinari hanno conquistato la World Cup, spuntava Matteo Manassero. Mentre era difficile che Edoardo Molinari dopo il trionfo nello Scottish Open non subisse un “rebound”, anche perché è un campione che può vincere a ogni livello, ma ancora non è padrone di certe dinamiche dei Majors, vedi i suoi risultati non proprio brillanti nei superappuntamenti che sono elementi per un Forum.

E’ chiaro tuttavia anche che i primi indiziati per il successo sono 3 giocatori che non hanno mai vinto un major, il sudafricano Oosthuizen, l’inglese Casey e il tedesco con tracce di sangue turco Kaymer, e che questa possibilità di può estendere fino ai quarti classificati (lo svedese Stenson, lo spagnolo Canizares, l’inglese Westwood) anche se è difficile che possano recuperare ben 8 colpi di distacco da questo Oosthuizen capace il primo giorno di rispondere all’attacco spaziale di McIlroy , di conquistare il primato nel secondo giorno partendo alle 6.41 di mattina e riuscendo miracolosamente a passare fra i venti e la pioggia e a portarsi a quel -12 che fu record nel 90, l’anno del gran duello fra Greg Norman e Nick Faldo. E quello stesso Oosthuizen che sabato, nel terzo giro, ha retto all’attacco di Paul Casey, l’inglese che ha fra le mani la più grande occasione della vita ed è riuscito a sgraffignargli un sol colpo perché il sudafricano ha mostrato carattere, sia nel finale delle prime e seconde nove dove ha piazzato i 4 birdie della certezza.

Ragionando in generale, e qui arriviamo al tema dolente, Tiger Woods resta il n.1 del golf ma gli ultimi due anni gli ha detto male. Ha perso lo smalto, e quell’aurea che lo rendeva imbattibile. Come è chiaro un altro fatto: se ormai la linfa vitale della pallacanestro NBA sono i giocatori europei, nel golf c’è una saldatura fino a qualche anno fa impensabile fra i giocatori del tour europeo e quello americano, e dopo il successo di Graeme McDowell a Pebble Beach, il 2° Major dell’anno, i primi sette, quelli che possono vincere, giocano nel circuito che si snoda prevalentemente in Europa ma raggiunge l’ Asia, gli Emirati e inizia la stagione Sud Africa. I sette cavalieri europei sono: il sudafricano (con passaporto inglese) Oosthuizen, l’inglese Casey, il tedesco Kaymer, lo svedese Stenson, lo spagnolo Canizares e Lee Westwood, il più famoso e titolato , l’inglese che l’anno passato ha conquistato lo scettro europeo nel mondiale di Dubai.

E’ chiaro, infine, che per portare a termine con successo questo excursus nel paranormale del golf, il 27 enne Louis Oosthuizen non dovrà ripensare di essere in fondo uno degli umili peones del fertile vivaio boero, il fratello minore di campioni quali Els (il suo nume tutelare), Goosen, Tim Clark, Immelmann, ma di portare a se stesso e al golf dei “normali” una grande speranza e benefici. Insomma, la dimostrazione che lavoro, enacia, spirito di conquista prima livellano e prima o poi pagano.

La storia di lodovico-Teodoro detto Luigi comincia un anno e mezzo fa negli Emirati, guarda caso si trova intrigato con alcuni protagonisti di questo “The 139° Open”. Il 18 gennaio 2009 non bastano a lui e a Kaymer finire a -20 ad Abu Dhabi perché Casey finisce a -21. E’ ancora secondo, la settimana successiva nel Qatar Masters, con -16 ma assieme a Stenson, 3 colpi dietro il vincitore Alvaro Quiros . Nei tornei sudafricani di questa stagione, gli occhi sono tutti su Carl Schwartzel, il dominatore, col quale è cresciuto, e c’è gloria anche per lo spagnolo Pablo Martin e lo scozzese Rickie Ramsay che poi finiranno in penombra. Passa inosservato il 5° posto ad Abu Dhabi, è secondo in Marocco dietro Rhys Davies che vince il suo primo Open, ma il suo momento magico arriva nel piccolo Open di Andalusia che nel suo piccolo ha un vincitore n.1 al mondo, Vijay Sing. Fino alla vigilia non è fra i primi 50 mondiali e quindi non può giocare il Master, ma la prima vittoria nell’European Tour gli regala il viaggio ad Augusta.Dove vince il contest Par 3, la gara che dicono porti jella. Difatti non passa il taglio. Si rilassa un po’, è fatale, solamente un 20° posto in Galles come miglior risultato negli ultimi 3 mesi. Capisce però che l’importante è esserci, capitalizza l’esperienza, il suo grande momento arriva a St.Andrews, dove è nata la genesi o la saga del golf nel quale la regole sono le stesse del regno dei Cieli, e gli ultimi possono ambire un giorno a diventare i primi.

Lodivoco-Teodoro detto Luigi è nato il 19 ottobre 1982 a Mossel Bay, in riva all’Oceano, e ha potuto giocare a golf grazie al sostegno della fondazione Ernie Els: Ha vinto molte gare fra i dilettanti e il mondiale individuale e a squadre amateur, per passare nel 2002 al professionismo e vincere 5 gare del Sunshine Tour. Nel 2003 prova a giocare i Challenge in Europa, ma senza fortuna, si fa conoscere fra il 18 e il 25 gennaio dell’anno scorso con i due secondi posti negli Emirati, è 31° a fine del 2009 nella Money List (cioè 18 posti dietro Francesco Molinari). Fino a ieri era considerato un perdente, è il giocatore del taglio fisso nei majors (ben 7 volte su 8, unico bagliore il 73° posto nell’US Pga Championship dello scorso anno) fino alla svolta nell’Open di Andalusia. Manca la pagina più importante, vedremo stasera quale sarà il finale della favola, potenza del golf e della saga di Sant’Andrea il santo degli scozzesi e di questo sport sulfureo.

Parte alle 14.05 italiana (un’ora dopo a St.Andrews) si ritrova a sfidare Paul Casey che gli ha negato ad Abu Dhabi il primo grande successo, è difficile pensare a un cedimento, è davanti 4 colpi, vanta le percentuali più alte nel centrare i fairways e il greens e il suo drive vola a 319 miglia all’ora. “Penso che ogni giocatore vorrebbe trovarsi nella mia posizione, ma per vincere a St.Andrews bisogna pensare di non poter vincere, nel golf qui è cominciato tutto”, dice con saggezza tentando di esorcizzare il panico da major, e questo sembra proprio l’atteggiamenti giusto, anche se poi l’ultima parola in questo viaggio nei misteri del gol è sempre degli astri.

Classifica dopo 3 giri: 1° 201, -15: Louis Oosthuizen (Saf, 65 67 69); 2° 205, – 11 P.Casey (69 69 67); 3° 208, -8: M.Kaymer (Germ,69 71 68); 4° 209, -7: H.Stenson (Sve, 69 69 71), A.Canizares (Spa, 67 71 71), L.Westwood (Gb, 67 71 71); 7° 210, -6: D.Johnson (Usa, 69 72 69), 8° 211,-5 N.Watney (Usa, 67 73 71), Goosen (Saf, 69 70 72), S.O’Hair (Usa, 67 72 72), R.Barnes (Usa, 68 71 72); 12° 212, -4: McIlroy (Nir, 63 80 69), JB Holmes (Usa, 70 72 70), S.Garcia (Spa, 71 71 70), S.Lowry (Irl, 68 73 71), J.Jeong, am. ( Kor, 68 70 74), R.Karlsson (Sve, 69 71 72); 18° 213,-3: T.Woods (Usa, 67 73 73)), R.Rock, R.Fisher, C.Villegas, L.Glover (Usa), P.Hanson (Sve), MA Jimenez (Spa), I.Garrido (Spa). Italiani: 65° 218, +2: Edoardo Molinari (69 76 73).

Golf, che crollo McIlroy !

Saturday, July 17th, 2010

Nel 139° British Open il giovane irlandese da 63 a 80 colpi in 24 ore, fra vento e pioggia spunta a sorpresa (-12) il 27enne sudafricano Luis Oosthuizen, 2° il 5oenne Calcavecchia. Tiger Woods bloccato. Spine per i Molinar: Edoardo passa in extremis il taglio, bocciato Francesco (+7).Il 18enne coreano Jeong (3°) meglio di Manassero l’anno scorso

Servizio di Enrico Campana

ST.ANDREWS – La saga della Casa del Golf, arsenico e vecchi merletti, e la mano beffarda del golf ben sintetizzata nella locuzione che descrive questo sport come una lotta dell’uomo contro il campo, non contro l’avversario.

Come nel rocambolesco US Open Championship di un mese fa sui links a picco sul Pacifico e la spiaggia di Monterey, l’influenza del campo e degli elementi della natura e del cielo hanno caratterizzato le prime due rocambolesche giornate di St.Andrews. Ovvero il luogo sacro e intrigante dove il golf ha codificato le regole di questo gioco che i scozzesi si attribuiscono e che, mi ostino a ricordare, è arrivato con Giulio Cesare, si chiamava Paganica il diversivo dei soldati del grande condottiero,fu adottato dalla casa reale degli Stuart solo nel 1500. In questo scenario, l’ordine di partenza, cioè il destino, ha recitato un ruolo beffardo, e dopo due giri che hanno richiesto un’appendice alle 6 di questo sabato mattina orima della ripartenza dopo le 9, Rory McIlroy è passato dal record di 63 colpi al 38° posto con uno scarto funesto di ben 17 colpi nel giro di 24 ore. Roba da Guinness, visto che siano da queste parti. L’ex vincitore Steve Cink non potrà invece baciare l’argenteo trofeo mentre al comando si è issato inaspettatamente, con uno score-record di 12 colpi sotto il par dopo 36 buche, un sudafricano – Louis Oosthuizen, che in passato non aveva passato il Cut 7 volte su 8, arrivato fin qua per una serie di passaggi fortunati e l’olii de gumbat, l’olio di gomito come se dis a Milan…

Leggere e riflettere per credere.. In primavera il 27enne sudafricano non aveva ancora una posizione di classifica sufficiente per giocare i majors, ma vincendo in Spagna la settimana avanti al Masters il suo primo open europeo è entrato fra i primi 50 al mondo riuscendo a staccare il ticket per Augusta. Questa sua incredibile storia è emblematica “sul golf che atterra e suscita” potrebbe avere addirittura un finale miracolistico. Perché forse sfugge un particolare: parte per il 3° giro con ben 5 colpi di vantaggio sul secondo, e 8 su Tiger Woods che volente o nolente rimane la pietra di paragone quale numero uno mondiale e vincitore delle ultime edizioni sull’Old Course, nel 2000 e 2005.

“Mai visto un Major dove con 5 colpi sotto il par quasi non si entra fra i primi 10”, aveva avvertito Tiger Woods, fiutando l’atmosfera da giallo, chiamando in causa gli scores discriminanti della prima giornata favoriti da condizioni di gioco particolarmente felici del mattino per alcuni, mentre i venti e gli scrosci di pioggia del pomeriggio avevano reso la vita difficile ad altri, fra cui i fratelli Molinari.

La reazione di Tiger è stata invece di rabbia quando alle 3.45 di venerdì i corni acustici hanno segnalato l’interruzione per i forti venti, circa 40 miglia all’ora, che facevano ballare le palline sul green. Dopo aver già incassato due bogey, Tiger non ha completato il colpo, ha alzato con superbia i tacchi verso la club house seguito da Villegas e Justin Rose nonostante fosse raccomandato ai giocatori di stare nei pressi. La gara è ripresa dopo un’ora e mezzo, lo scenario è mutato, ecco che è diventato un altro Open per tutti, addirittura un incubo non prevedibile per McIlroy il quale ha cominciato con 4 bogey alle prime 9 buche e chiuso con 80, uno dei peggiori punteggi della giornata, certamente il peggiore fra i primi 64 bigs. Ma questo è il golf, prende e dà in eguale misura e difficilmente il 21enne di Belfast difficilmente riuscirà a rimettersi in sella e a vincere il suo primo major. E a quel punto farà il tifo per il suo compagno più grande dell’Ulster, quel Graeme McDowell col quale ha giocato la World Cup che ha segnato il trionfo dell’Italia targata Molinari, e che partito in sordina la prima giornata si è portato al 6° posto. Vuoi che dopo aver dominato il campo tremendo dell’Us Open Championship non possa uscire vinctore alla fine da questa lotteria scozzese, a meno che la dea bendata continui a sostenere il 27enne leader sudafricano, il Luisone dagli smisurati padiglioni auricolari.

Con la regia di Hichkock, l’Open ha premiato dunque Oosthuizen arrivato zitto zitto il primo giorno alle spalle di McIlroy ,quando tutti guardavano solo all’impresa di questo enorme talento dagli score esplosivi, come l’indimenticabile e recente 62 che gli ha permesso nell’ultimo giro di saltare uno sbigottito Mickelson a Quail Hallow, e di vincere la sua prima gara in America, e la seconda in assoluto dopo quella dell’inverno scorso negli Emirati che ne fece la nuova star di cui si sentiva bisogno. Ha premiato però la d.b. i suoi sacrifici del giorno successivo, sveglia alle 4 del mattino per essere sul tee di partenza alle 6.41, un’alba umida e ventosa tragica per molti ma per lui incredibilmente luminosa e favorevole. Schivando la pioggia e infilandosi nei venti contrari, ha chiuso col miglior score di giornata (-5, 7 birdies e 2 boges) assieme all’antico americano Mark Calcavecchia che era sul tee di partenza già alle 6, senza rispetto per i suoi 50 anni. Trade-Mark è il golden oldie, il grande vecchio annata n.139 della gara che affonda le radici nel tardo 800, sogna di ripetere le gesta di Tom Watson che a Turberry, la scorsa estate, sfiorò il 6° titolo. Calcavecchia ha messo 5 birdie, senza nessun errore, ma il più bravo sui green è stato certamente il grande matador del golf. Miguel Angel Jimenez ne ha piazzati ben 8, con 3 errori, un maiuscolo -5 dopo un giro iniziale modesto e che fa tornare alla mente la recente fortunata galoppata di Parigi che partì proprio nel 2° giro per arrivare alla fine a soffiare la vittoria nell’Open de France a Francesco Molinari e al suo probabile erede, malaguenho come lui, Alejandro Canizares che sta facendo bene anche qui e si è portato al 3° posto dove c’è il coreano “Jei-Jei” (Jin Jeong) che ha messo la sua firma sul palmares del British Amateur dopo quella di Manassero che vinse l’anno scorso a Turnberry la Silver Medal come miglior dilettante.

Sparito il John Daly della prima giornata (-7), quello che tolse beffardamente a Costantino Rocca il British Open del ’95, il successo dei successi, non hanno dato dato segnali altri yankee molto attesi, in primis il vincitore dello scorso anno, Steve Cink (74) e l’ex vincitore dell’US Open Championship Lucas Glovers (76). Phil Mickelson il quale firmato il Masters emozionale di quest’anno non ha avuto fortuna a Pebble Beach, si è salvato a fatica dal taglio (73 71), idem l’ambizioso inglese Ian Poulter che prometteva di vincere quest’anno un major grazie ai miracolsi ferri Aruba e al vezzo di considerardi un elegantone-punk.. Fra gli svedesi, Robert Karlsson si è risollevato ma il migliore è Peter Hanson nel gruppone del 6° posto dove bisogna fare tanto di cappello al 18enne Jin Jeong, il coreano che oggi è davanti al Matteo Manassero dello scorso anno il quale dopo aver vinto il British Championship da amateur ha subito fatto bene in quello maggiore, ma non era certo al 3° posto . Attenti al gruppone del 7° posto, con di giocatori consumati fra i quali oltre a Jimenez, McDowell, Canizares, Hanson c’è un’altra vecchia volpe come Retief Goosen e non sono da buttar via tre americani come Lehman, O’Hair e Barnes.

Open poco fortunato più che viale del tramonto per Tom Watson, Predag Harrington, Paul Lawrie, deludenti Ernie Els, Furyk, Ogilvy, Tim Clark mentre Angel Cabrera sconta ancora la grande generosità della dea bendata nel permettergli di vincere il Masters del 2009. Fra i giovani mancano all’appello Carl Schwartzel, due volte vincitore questa stagione nell’Europea Tour, Rhys Davies e l’inglese Chris Wood 5° e 3° nelle ultime due edizioni.
Defilati dagli onori delle cronache i fratelli Molinari, fra le principali vittime dei voltafaccia del tempo, anche se nonostante lo score pesante nel funesto venerdì (76 colpi) Edoardo alla fine giocherà i due giri finali, e liberato potrà magari togliersi qualche soddisfazione e confermare il suo 19° posto mondiale. Edoardo deve ringraziare il promettente 69 della prima giornata, il miglior score nel suo breve excursus nei majors. Era addirittura 82° dopo aver chiuso le prime 36 buche, anche se via via è arrivato al 58° e poi al 52° quando sabato mattina si è completata la selezione e si sono salvati anche Montgomerie e Luke Donald.

Il secondo giro di Francesco detto “Compact” è stato invece la fotocopia del primo, è uscito con l’unico birdie di giornata, magra consolazione perché la frittata era fatta: bogey alla 2, 13, 15, doppio bogey alla famigerata buca 17, oltre il 140° posto e poi il 119° finale, seconda “bocciatura” nel primo anno in cui come 30° al mondo può giocare tutti i quattro tornei del grande slam. Un vero peccato, questo è forse il contraccolpo della delusione di Madrid e soprattutto Parigiche: l’anno passato a Turnberry l’aveva visto fra i protagonisti, con il 13° posto finale certamente la molla per il suo primo Top Ten nell’Us Pga in Minnesota.

Edoardo Molinari fresco vincitore dello Scottish Open affrontava un esame delicato per entrare nella squadra di Ryder Cup, ha pagato le tensioni e gli sforzi di Loch Lemond. Nella prima giornata era salito a -4 alla 14 , ma chiuso al 30° posto (69), nella seconda ha tenuto per 9 buche, i 4 bogeys nelle seconde 9 gli hanno tagliato le gambe . Una giornata sbagliata non significa un Open sbagliato.

Adesso per i fratelli del golf scatta l’”operazione recupero” per non perdere l’autobus per la Ryder Cup dei primi d’ottobre. Per Francesco un peccato tornare a casa proprio quando la maglia europea sembrava a portata di mano. Edoardo ha avuto uno scarto imprevisto, non aveva giocato bene al Masters, ultimamente ha speso molto per arrivare il più in alto possibile. Ma bisogna fargli un monumento ai due nostri fratelli nazionali e alla piccola federazione che ha creato quel piccolo fortunato contesto dove si può credere che siano figli del boom, mentre si potrebbe azzardare anche il ragionamento contrario. Questo open non è più golf è diventato un sabba, e puzza di zolfo l’exploit di Luis Oosthuizen, una storia degna della lampada di Aladino.

Classifica dopo 2 giri : 1° 132, -12: Louis Oosthuizen (Saf, 65 67), 2° 137, -7: M.Calcavecchia (Usa, 70-67), 3° 138,-6: P.Casey (Usa, 69 69), L.Westwood (Gb, 67 71), A.Canizares (Spa, 67 71), J.Jeong (Cor, am, 68-70), 7° 139 -5 MA Jimenez (Spa, 72 67), G.McDowell (Nir, 71 68), R.Goosen (Saf, 69 70), T.Lehman (Usa, 71 68), R.Barnes (Usa, 68 71), P.Hanson (Sve, 66 73), S.O’Hair (Usa 67 72).

Seguono: 14°, 140, -4:T.Woods (Usa, 67-73); 28° 142,-2: J.Daly (Usa), A.Scott (Aus, 72 70), A.Quiros (Spa, 72 70); 38° 143, -1: L.Glover (Usa, 67 76), R.McIlroy (Nir, 63 80); 43° 144, par: P.Mickelson (Usa, 73 71), I.Pooulter (Gb, 71 73), S.Cink (Usa, 70 74); 56° 145 +1: E.Molinari (Ita, 69 76), L.Donald (Gb, 73 72), C.Montgomerie (Sco, 74 71); 69° 146 +2: C.Schwartzel (Saf, 71 75), M.Kuchar (Usa), S.Kjeldsen (Den).

Cut:, 88° 148 +4: R.Davies (Wal, 73 75), E.Els (Saf, 69 79), T.Watson (Usa; 99° 149, +5: B.Curtis (Usa, 76 73), A.Cabrera (Arg, 73 76), C.Wood (Gb, 70, +7 alla 15), M.Weir (Can, 73 +4 alla 15); 108° 150 +6: J.Furyk (Usa 72 73), G.Ogilvy (Aus, 72 78), P.Harrington (Irl, 73 77); 119°, 151 + 7: F.Molinari (Ita, 74-77), S.Lyle (Sco, 75 76), P.Lawrie (Sco, 69-82), T.Clark (Saf, 71 80).

Gli italiani: 56° 145, +1 E.Molinari (69-76), 119° 151, + 7 F.Molinari (74-77).

D’alema d’annata

Tuesday, May 4th, 2010

Le dimissioni di Scajola

Tuesday, May 4th, 2010

Gioielli di marmellata per un “dolce Natale”

Tuesday, December 8th, 2009

delizietoscane
La “Bottega del Gusto” ha creato due proposte da mettere sotto l’albero natalizio: una marmellata di zucca lardaiola e arance di Sicilia e un cofanetto dedicato a Garibaldi e Leonardo

BETTOLLE (SI) – Doppio regalo natalizio di Angiolino Berti con la sua ormai conosciutissima Bottega del Gusto nata per riscoprire la marmellata come alimento del piacere, della salute, anche della comunicazione oltre che di maggior presenza sulla tavola e non solo nelle prime colazioni. Si tratta di una marmellata “special edition” per l’Accademia Italiana Gastronomia Storica con “Zucca Lardaiola e Arancia di Sicilia”, matrimonio perfetto fra la zucca gialla della Valdichiana con le sue forme caratteristiche e l’arancia di Sicilia. Due prodotti tipici di questa stagione. Trattati senza conservanti, con pectine naturali contenuti nell’arancia e il succo di limone. Questa marmellata, ideale per le feste, è indicata per gli antipasti con carpacci di carni e pesce oltre ai formaggi, e agli spuntini del pomeriggio come indicato nel libretto “Miglior Gusto” che il cuoco senese ha fatto stampare per guidare gli amanti di marmellate, confetture e gelatine al giusto abbinamento con tutti i cibi.

Angiolino Berti

Angiolino Berti

Per quanto riguarda invece il tema del pensiero natalizio per gli amici e anche quelli istituzionali cui ricorrono società, aziende e professionisti, dopo il cofanetto “4 Stagioni”, con il prodotto tipico di ciascuna stagione, è nato “I gioielli”. Si tratta di un cofanetto con due marmellate nel caratteristico vaso quadrato di 250 grammi l’una nel quale è possibile selezionare due fra le ben 160 creazioni. Una scelta a tema.

Le Quattro Stagioni

Le Quattro Stagioni

C’è chi, ad esempio, ha scelto come regalo natalizio per la propria cerchia le marmellate storiche dedicate a Garibaldi (Il segreto di Garibaldi) e Leonardo (Il segreto della Gioconda), due personaggi che sono sempre di grande attualità.

Intanto colui che è soprannominato l’artista della marmellata sta creando serate a tema, come “la Ficosa” riprendendo un’espressione dello slang giovanile dedicato alla nobiltà del fico utilizzato persino come ripieno nei tortelli di pasta fresca, lanciato un concorso di pittura nazionale dedicato alle “4 stagioni” che si svolgerà in febbraio in Valdichiana. Lo scopo è quello di attirare maggiormente l’attenzione su questo aspetto della cucina quasi dimenticato e lasciato solamente all’iniziativa della filiera industriale, con un ritardo nella ricerca e gli studi sulla salute. Oltre che di creatività.

E fra poco Angiolino Berti verrà presentato anche il marchio “L’Accademia della Marmellata” con una biblioteca e forse anche un museo.

La confettura della Gioconda

Il Segreto di Garibaldi

Il Segreto di Leonardo

Il Segreto di Leonardo

Bettolle-Siena, 8 dicembre 2009

Serata della Ficosa – Cena a Tema & Jazz live and RPM Jazz Trio live @ Prestige Bar & Ristorante Opera

Thursday, November 5th, 2009
Serata della Ficosa - Cena a Tema & Jazz live and RPM Jazz Trio live @ Prestige Bar & Ristorante Opera

Serata della Ficosa - Cena a Tema & Jazz live and RPM Jazz Trio live @ Prestige Bar & Ristorante Opera

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Garibaldi in versione zenzero

Wednesday, September 16th, 2009

Per il 142° anniversario dell’arresto di Garibaldi a Sinalunga lo chef Angiolino Berti ha recuperato la ricetta della marmellata curativa che dava anche forza al generale

BETTOLLE-SIENA – Sono passati 142 anni, ma il ricordo dell’arresto di Garibaldi a Sinalunga è ancora vivo nella memoria della Valdichiana dove il generale si adoperò per quasi due mesi per reclutare i volontari del suo esercito e scacciare i francesi da Roma con l’aiuto delle numerose società di mutuo soccorso toscane di cui era presidente.

Arrivò a Sinalunga il pomeriggio del 23 settembre, all’alba del giorno seguente progettava di raggiungere le sue truppe a Orvieto ed entrare nello Stato Pontificio ma fu arrestato dai carabinieri, su ordine di Urbano Rattazzi, nell’abitazione del medico che l’ospitava. E dal cui balcone salutò la folla pronunciando la famosa invettiva “O Roma o morte”. L’episodio rimane famoso anche per un chiassoso banchetto con ben 11 portate dal quale però Garibaldi si ritirò precipitosamente preferendo comporre musica. Il Generale era astemio, e curava i reumatismi, in fase avanzata, con una pappina rossa prescrittagli da un medico genetista conosciuto in Sud America. Dalla storia, attraverso una curiosa novella dedicata alla tumultuosa giornata sinalunghese dall’autore di un libro che collega alcuni piatti toscana a grandi personaggi, Angelino Berti ha ricavato una marmellata più unica che rara, a base di barbabietola rossa e finocchio sostituendo la radice amara con lo zenzero.

Morigeratissimo a tavola, il generale ricavava salute ed energia da questa marmellata, si appoggiava al bastone e spesso in battaglia si spostava con la portantina per i dolori causati dall’artrosi e la ferita di Aspromonte curata nelle terme di Rapolano in quei giorni. Il suo valletto, Maurizio, racconta che sul treno che lo portava nella prigione di Vigevano verso Empoli tentò di lenire i dolori e l’amarezza con quella gustosa marmellata. Che Angiolino Berti, lo chef del Teatro del Gusto di Bettolle, ha trasformato in una delle sue 170 marmellate tradizionali e fusion, un record da Guinness, dedicate alla salute, al piacere, alla nuova cucina e anche ai grandi personaggi della storia. Ma con una variante: lo zenzero al posto della radice amara che in cottura perdeva la sua struttura molecolare. “Lo zenzero ha proprietà antibatteriche formidabili, è celebrato nel suo trattato sulla medicina da Ippocrate e gli Stati Uniti l’hanno inserito fra i 10 alimenti più importanti per la prevenzione del cancro”, spiega Angiolino Berti che ricorderà nella sua bottega colui che “grazie a questa marmellata divenne l’eroe dei Due Mondi” come si legge in una locandina celebrativa che ha creato grandissima curiosità per un personaggio ancora molto popolare nei borghi toscani.

Nuova disciplina olimpica: il lancio della scarpa

Monday, December 15th, 2008

«La guerra in Iraq non è finita» E un giornalista gli lancia le scarpe. Il reporter:«Questo è il tuo bacio d’addio, cane». Il presidente le schiva e dice: «Erano di taglia 10»

Foto del giorno: Charles Ponzi e Bernard Madoff side by side

Saturday, December 13th, 2008

L’enigma buffo di Cecco Angiolieri

Friday, November 28th, 2008

Incontro di Enrico Campana alla Contrada della Civetta, sul tema “Cecco Angiolieri, le novelle e il vin novello nella letteratura”

Sabato 8 novembre, ore 18, Palazzo degli Ugurgeri

Se l’acqua ci permette di vivere, il vino è sangue vitale dell’allegria, dell’amicizia, e in certo senso bevanda e alimento interclassista.

Figurava nelle tavola dei re e dissetava i contadini fino ad essere una forma di rapporto salariale. Ancora nell’ottocento, nel libro “Amore mio uccidi Garibaldi” Isabella Bossi Fedrigotti il cui avo, un conte trentino combatteva dalla parte austriaca, racconta che la servitù veniva pagata prevalentemente in vino.

Questo succedeva comunque in Toscana anche all’inizio del novecento, e un vecchio contadino delle Crete mi raccontava che il padrone lo pagava a giornata in centesimi e un bicchiere di vino. Quello era il secolare “panbevere”.

Il vino ha avuto e specie in questo momento svolge un ruolo sociale basilare, basti pensare al successo sui mercati e all’importanza che assume nell’affermazione del cosiddetto made in Italy, dove i vini vengono battuti alle aste a suon di milioni. Non diceva forse la stessa cosa Plinio già 21 secoli fa nella sua “Naturalis Historia”. A proposito di vite e vino scriveva col suo stilo che “con questa supremazia così incontrastata l’Italia ha superato ogni altro paese”?

I grandi scrittori l’hanno lodato da parte loro come si merita, ma per gli insegnanti di letteratura l’argomento è rimasto tabù. Proprio un futurista della grande poesia, Cecco Angiolieri, già ricordato nelle antologie con poche righe dagli insegnanti viene trattato frettolosamente, associato a torto come vedremo più avanti all’ubriachezza. Questo per schivare domande degli studenti alle quali non riuscirebbero a dare risposta, domande del tipo: “E’ vero che beveva molto, e per quale ragione?”.
Questo distacco ufficiale dal “vino veritas” per usare il titolo della maggior opera del filosofo Kierkegaard, una sorta di Decamerone dell’Ottocento, è frutto di quell’ultimo flagello abbattutosi sul nostro paese, il “politicamente corretto”, e potrebbe essere forse ascritto a una visione strettamente religiosa del vino quale “sangue di Cristo”. Il libro Sacro dei cristiani ammonisce infatti così: “Col vino non fare il forte perché il vino ha rovinato molti”

Nessuno meglio di Siena che di Cecco è madre potrebbe quindi avere interesse a sdoganare con una grande rassegna un argomento letterario ritenuto a volte marginale, in certi casi sconveniente oltre che dagli insegnanti anche dalla critica, come quella del rapporto fra letteratura e vino
Infinita è infatti la schiera dei grandi poeti che hanno cantato il vino, dai sumeri a Omero, da Plinio e Orazio al virtuoso della matafora Omar Khayyam, da Cecco Angiolieri a Francesco Petrarca, da Lorenzo de Medici al Pulci e al poliziano Francesco Redi, da Carducci con la sua autunnale ”la nebbia agli irti colli…” fino al premio Nobel cileno Pablo Neruda con la sua Ode al Vino. Senza poter scordare un amante Palio il maestro di tutti noi giornalisti sportivi e scrittore, Gianni Brera per il quale il vino era un carburante prezioso per le sue storie e i neologismi calcistici. Ma c’era anche chi come Hemingway, altro Nobel letterario incline alle bevute solitarie, che viene messo all’indice per questo suo vizio. Contro di lui si scaglia infatti Carlo Emilio Gadda, il riformatore della letteratura italiana del 900. Talmente amareggiato per gli scarsi guadagni che gli dava il suo capolavoro, lo scrittore del “Pasticciaccio di Via Merulana” scrisse in una lettera: “Riesco a vivere a fatica con la scrittura, i miei compensi non sono nell’ordine dei compensi di Hemingway o di altro ubriacone fisso pagato in dollari per cui si può ronfar sopra tutta la vita a Maiorca”.

Fra tutti questi è forse il persiano Omar Khayyam, poeta, grande magistrato indottrinato in una Madrassa che visse due secoli prima di Cecco, ad aver toccato il punto più alto dell’enopoesia facendoci comprendere che nel mondo arabo il vino non è affatto tabù, che l’applicazione attuale del Corano non è corretta, e che con una tematica ripresa più tardi dal Magnifico in “quanto è bella giovin ezza che si fugge tuttavia”, in fondo rappresenta l’uomo col suo destino nella sua famosa metafora un po’ pessimista che recita così:

“Il vino e chi lo beve/hanno fine dove tutto ha fine/ricorda mentre sei/sei ciò che diverrai/e meno non sarai”.

Il vino è assurto a personaggio centrale del Rinascimento, e se il classicista Lorenzo de Medici sorprende con un componimento su un costume smodato dell’epoca dedicando al suo “Simposio” alla sfilata dei grandi bevitori di Firenze fra i quali il maggiore è un cardinale e il grande Botticelli viene definito un “perfetto parassito”, non ha avuto il successo che si meritava il Banchetto di Orazio Bagnasco, a suo modo un codice da Vinci meno cupo e blasfemo che esalta i grandi vini ma anche le oscure trame per il quale viene usato.

Il romanzo storico racconta il più famoso banchetto della storia tenutosi a Tortona la fine d’anno del 1498 per le nozze fra Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona architettate da Ludovico il Moro, reggente signore di Milano per una saldatura politica e dinastica con la potente corte ispano-napoletana e forse ispirate anche da delittuose trame familiari come vedremo più avanti.
Bagnasco è un protagonista del mondo finanza, ottimo narratore che in Lugano ha creato una grande accademia letteraria della cucina internazionale, descrive minuziosamente quella che fu la più celebre disfida culinaria ed enologica diventata un fatto di costume tirando in ballo anche un inedito, la regia del genio dell’arte e della scienza.

Mastro Leonardo da Vinci, da poco arrivato a Milano col compito di provvedere alla canalizzazione dei Navigli, realizzare la statua equestre di Francesco Sforza e affrescare la sala del refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie, quella che custodisce un’ammiratissima Ultima Cena, non solo inventò per quella occasione uno spiedo per la miglior cottura della carne che funzionava col calore della fiamma, ma creò una scenografia ispirata a quadri mitologici intonati alle portate e accompagnata da un commento poetico, musiche e balli.

Il libro risulta prezioso anche quale catalogo dei vini d’epoca.

I vini che rallegravano oltre i signori e i loro ospiti e le grandi menti del rinascimento, anche se l’autore non svela le preferenze enologica di Leonardo il quale frequentava raramente la taverna preferendo altre tentazioni, dal gioco della “Bassetta”, sorta di rubamazzetto, alla compagnia dei suoi giovani discepoli fra i quali il vercellese Sodoma venne a Siena per affrescare a Monte Oliveto Maggiore e vi restò a lungo.

La lista dei vini era curata dal Coppiere Nobile, carica qualificata e quanto mai delicatissima dovendo il sommelier ante-litteram rispondere anche della vita del suo signore esposto continuamente al rischio di avvelenamento, come capitava spesso in casa Borgia.

Scorrendo la carta preparata per il famoso banchetto che avrebbe dovuto concludersi proprio con l’avvelenamento del giovane duca, per il quale venne incolpato il messo diplomatico della Serenissima, in urto con Milano, ordito forse proprio da Ludovico il Moro per liberarsi del nipote e conquistare i pieni poteri, si riconoscono infatti tutti i vini preferiti di quei gaudenti cortigiani.

Si trattava di vini piemontesi, napoletani, greci, spagnoli, toscani, liguri,con un piccolo doveroso omaggio anche all’unico vitigno lombardo di quel tempo.

La lettura del racconto ha davvero allargato la mia curiosità e le mie narici fin dall’arrivo in tavola del Barbero di Canelli, profumata e pregiata barbera piemontese da non confondersi col “barbèro” paliesco, seguito dal Nebbiolo di Carema, altro vanto del brumoso e collinare nord-ovest.

Non meno invitanti il solatio Greco di Somma Vesuviana, la Falanghina di oggi, il rosso vellutato di Gragnano coltivato sulla vicina costa amalfitana ma anche in quel di Lucca con sangiovese fin dai tempi di Matilde di Canossa che di quelle terre era la grande comissa.

La marchesa di Toscana sembra libasse segretamente con quel vino bruschello per dimenticare i suoi sfortunati amori con il giovane Ildebrando di Soana, il futuro Gregorio VII, colui fece inginocchiare l’imperatore a Canossa.
Non poteva mancare nelle coppe d’argento il Vino di Coronata proveniente dalla Liguria protettorato fedele agli Sforza che dava ai milanes la via al mare, e il Vino rosso di San Colombano, un centro nella piana a sud-est di Milano noto per le sue uve di barbera e croatina.

Un vino rustico e schietto ideale per il brodo caldo di castrato considerato rigenatore.

Naturalmente i vini toscani offrivano un loro importante contributo per sciogliere le lingue e stabilire rapporti più confidenziali, specie nel secondo stadio del convivio.

Questo avveniva col Trebbiano, un bianco asciutto e rinfrescante d’estate, o la Vernaccia citata dal sobrio Dante con la sua robustezza, il colore paglierino e profumi di frutti antichi che beneficiava sia carne che pesce.

Ma anche i rossi facevano la loro parte, come il vino di Volpaia re del Chianti senese con sangiovese e il Vignamaggio impropriamente etichettato come Chianti fiorentino e vino un po’ subalterno.
Ma pur sempre di qualità ben maggiore al “Bastardo” un vino comune simile all’odierno vino da tavola indicato con questo nome nei ricettari del Quattro-Cinquecento e conosciuto anche come “Vin Latino”.

Nei banchetti veniva servito agli invitati di minor riguardo, e comunque non adulterato come frequente abitudine degli antichi romani che avevano solo il vinello dei Castelli, un bianco un po’ sciapo, e dovevano importare il vino rosso di qualità.

Il grande poeta satirico Marziale, un grande intenditore di vini del resto come Plinio il Vecchio che però nella sua “carta ideale” ignorava i vini della Tuscia, non mancò di lanciare i suoi acuminati strali contro queste sofisticazioni anti-litteram, sinonimo di taccagneria, di scarso sentimento nei riguardi dell’ospite, figura sacra.

Nella Roma Imperiale ambitissimi erano gli inviti del potente Trimalcione, un arricchito volgare e senza scrupoli, ben descritti nei versi del Satyricon di Petronio Arbitro.

I commensali mangiavano sdraiati sui triclinii per intere giornate, e si lanciavano il vino, esattamente come facevano gli antenati etruschi che a scopo di divinazione gettavano il vino della coppa alle loro spalle interrogando gli aruspici.

Non è bello tirare fuori questo argomento molto attuale della sofisticazione, ma purtroppo la chimica è una tentazione troppo forte per un mercato tanto vasto e un cambiamento climatico quasi brutale.
Tornato di moda in questi giorni grazie a controlli a tappeto nei moderni imperi del grande vino quotato in borsa, hanno creato smarrimento e sconcerto proprio nel senese, anche se il risultato delle indagini non ha fortunatamente nulla a vedere col terribile flagello del vino-killer.

Quello al Metanolo di tantissimi anni fa che però almeno un merito l’ha avuto: quello di creare un disciplinare serio all’origine del rilancio e della conquista italiana sui più ricchi mercati e la condivisione del primato con la Francia.

Che del resto mi pare una sorta di doverosa restituzione, se non addirittura di una nemesi nel caso del sorpasso degli spumanti italiani su quelli di “Marianna”, vedi i Franciacorta o anche senza andare lontano il brut di Gavioli, il vignaiolo mantovano plurimedagliato stabilitosi da anni a Chianciano .
Nella novella romanzata dedicata a Carlo Magno che apre il libro “Suavis Locus, Novelle Toscane nel piatto” racconto che il grande franco svernò dalle parti di San Galgano sulla strada per il rientro in patria. E quanto fu grato in seguito ai senesi per i donai ricevuti.

Allo scopo di offrire un modesto contributo alla novella sapida, un genere letterario importante ma fuori moda che ha avuto grandi sostenitori, Esopo, Fedro, Boccaccio, La Fontaine, i fratelli Grimm, Gogol e i russi, Verga e Flaiano e molti altri ho scelto di scrivere come capitava una volta con il nom de plume di Bandolo della Matassa, figura capace di sbrogliare una situazione molto intricata.
Si è trattato di una scelta voluta per dare forza all’argomento, richiamare l’attenzione sull’etica e il piacere dell’alimentazione e tenere lontane critiche preconcette su un lavoro comunque faticoso e spero originale che continuerà prossimamente con un secondo libro che s’intitolerà “Suavis Locus, i Grandi Stomaci” in cui descriverò i segreti dei protagonisti della storia, da un Garibaldi che causa l’artrite ricavava forza da una marmellata a base di barbabietola, finocchio e radice amara e aborriva – unico marinaio al mondo! – il vino, a Leonardo da Vinci che modellò il sorriso della Gioconda osservando le labbra del suo frutto preferito, l’albicocca.

Non si parlerà invece di Dante Alighieri che non mi è simpatico pur col dovuto rispetto alla sua storia e alla sua opera poetica innovativa, mentre sarei tentato di pubblicare un racconto breve dal titolo “La cornachia ubriacona” che potrebbe essere la reincarnazione della famosa Becchina, quella donna bisbetica e volgare per cui Cecco perse la testa o fece finta di perderla, per fare il controcanto a Dante col suo amore platonico per Beatrice, come è più probabile.
.
Questa mia incursione nel pianeta delle novelle a sfondo morale è completata con numerose ricette raccontate, di “insoliti ignoti” per canzonare i cosiddetti chef stellati ormai vere star televisive. Si tratta di un lavoro a quattro mani assieme con la dottoressa Sonia Civitelli, alias La Contessa, autrice serrigiana di una importante tesi sulla tradizione orale della cucina toscana.

Tesi che debbo precisare ,anche se lei non vuole si dica. ha subito un saccheggio non inferiore a quello dei granai dello Spedale di Siena da parte delle truppe napoleoniche in passaggio in Italia.
Ma tornando alla famosa incoronazione nella notte di Natale dell’800 Leone III, pochi sanno dello strano prologo non degno di un protocollo papale. Sapendo però Leone III quanto Carlo Magno amasse il buon vino e i buoni piatti, prima di chiedergli la confessione organizzò in suo onore un grande banchetto di benvenuto in quel di Mentana, cioè fuori dalle mura pontificie. Ovvero la Chiesa al servizio della tavola.

Il potente defensor fidei s’entusiasmò però ancor di più in seguito, in occasione dell’accampamento invernale nel senese.

Mostrò di gradire l’ottima cucina del luogo, gustò per la prima volta un’arista fumante, un piatto divino cucinato con certi maialetti vispi cerchiati di nero, rosa e marrone, le cinte, spalmati d’olio e insaporiti con erbe officinali. Per questo, come dicevo, concesse forse privilegi speciali di cui si narra nei libri.
Ma c’è purtroppo anche il rovescio della medaglia. Col pretesto di salvare la Chiesa, l’imperatore si appropriò impunemente infatti del prezioso vitigno senese madre di tutti i vini francesi!

E per sovrappeso, è proprio il caso di dire, si appropriò anche dell’appellativo di Magnum, il pregiato bottiglione che si è ispirato alle sembianze della sua possanza.

A differenza di San Paolo che esortava il clero a non negare la buona tavola, se questo serviva alla causa della chiesa, senza però andare oltre il quotidiano mezzolitro di vino nei due pasti e incorrere nel peccato di gola come fece Papa Martino IV punito da Dante con Purgatorio per non aver resistito a un piatto di anguille marinate nel vino bianco che gli procurarono una solenne indigestione, San Benedetto nel 500 e San Francesco 600 anni più tardi predicarono l’uno un’alimentazione controllata, mens sana in corpore sano, frutto del proprio lavoro sui campi e nelle abbazie, pratica che diede impulso anche alla ricerca e allo sviluppo agroalimentare e farmaceutico se si pensa a certi distillati, e l’altro, il fraticello di Assisi, all’uso penitenziale del digiuno.

Si arrivò poi a una via di mezzo, al compromesso del digiuno settimanale del venerdì della Chiesa, peraltro un ramadan più blando, più utile in realtà alla salute del corpo che dello spirito.
Sorprendentemente Carlo Magno, il ghiottone che Pipino il Breve, il padre, diede a balia alla sua fedele cuoca per timore che venisse avvelenato come l’altro figlio, fu l’antesignano della sobrietà.
Fissò per primo una dieta giornaliera e da riformatore scrisse personalmente una pagina importante nei suoi “Capitolari”, ‘insieme di norme che regolavano l’amministrazione, le finanze e la giustizia dei franchi.

Stabilì l’astinenza rigida dei giudici fino alla sentenza temendo, oltre le abbuffate, l’aspetto corrosivo della cervogia o del “vino resinoso” dei galli sui cervelli facendo sì che la giustizia oltre che serena accelerasse il passo, cosa da non raccontare al ministro Alfano in tempi di decretazione ad libitum.
Naturalmente, tornando ai trionfali banchetti di corte del quattro-cinquecento, sul finire del simposio, quando i signori cominciavano ad allentare i lacci dei loro Farsetti o del “Lupparello” gli eleganti giubbetti di seta e velluto ai quali si attaccavano le lunghe “calze suolate” con i colori dello stemma di famiglia, dette “Divisate” , negli anni della cucina agro-dolce e delle spezie i vini liquorosi, soprattutto i vini greci, avevano il compito di esaltare i sensi, se ancora i commensali a quel punto del convivio conservavano un briciolo di lucidità e dignità.

Cosa peraltro rara in quanto era frequente vedere coppie infilarsi sotto i tavoli o infrattarsi dietro i colonnati per sbaciucchiarsi senza vergogna e palparsi, peraltro un verbo questo di origine spagnola, se ricordo bene la frase sprezzante di un dignitario spagnolo offeso da tale spettacolo: “los italianos palpan”.

La Malvasia, nel linguaggio arcaico Malvagìa, entrata – si suppone -nel vocabolario volgare come neologismo per l’influsso sul cervello dei cattivi bevitori, arrivò in Italia nel 1200 grazie a un furto dei veneziani perpetrato sull’Isola di Creta.

Questo vino dolce era detto anche Moscato di Candia dalla città più popolosa dell’isola greca, e aveva diverse qualità.

Si beveva con gusto il vino di Filleo oggi scomparso, il vino di Cipro o vino Comandaria risalente alle prime Crociate e pare amato già dai faraoni e dai re persiani.

Si considerava ideale per il dessert quello dell’isola di Morea famosa per un’uva passita molto zuccherina.

Grazie al ratto del pregiato vitigno che pareggiava quello dell’imperatore dei franchi a San Galgano veniva creata anche una variante veneta, la Malvasia Perseghina, aromatizzata con pesche della Serenissima.

Meno famoso ma di grande reputazione fra la nobiltà, protagonista della diplomazia, nella conversazioni d’alto profilo culturale o durante le letture era il vino di Xeres, che si vuole arrivato in Andalusia, nella città di Jerez de la Frontera, 10 secoli prima di Cristo con i fenici grandi navigatori e primi vinaioli.

Si trattava di un vino bianco liquoroso ottenuto da tre vitigni selezionati e invecchiato e classificato in quattro gradazioni, dal più secco, il Fino, a quello il più dolce.

Ebbe subito enorme successo fra le corti del nord-europa, specie fra inglesi (che l’hanno ribattezzato sherry) e francesi.

Chi ha letto il racconto breve della scrittrice danese Karen Blixen dal quale è stato tratto il film “ Il pranzo di Babette”, per la mia modesta opinione il punto più alto del valore della cucina come arte e come metafora della capacità del cibo di migliorare le relazioni interpersonali di una comunità, risvegliare i migliori sentimenti, ricorderà bene una delle scene che vede protagonista questa raffinata bevanda.

E’ quando il generale degli ussari, ex playboy, tornato nella lande ventose della costa danese per accompagnare la vecchia zia a un banchetto alzando il calice di cristallo verso la lucerna, dopo averne bevuto un sol sorso riconosce l’”amontillado”, una delle gradazioni dello sherry.

Quello era l’ inconfondibile nettare servito nel miglior ristorante parigino dalla famosa chef Babette Persa costei la famiglia nella guerra civile, era riparata in un villaggio sperduto dello Jutland investendo una vincita nella lotteria francese per far arrivare l’occorrente per far rivivere i grandi piatti della sua cucina ched davano la felicità ai clienti e ridestare l’animo ormai vizzo di gente pettegola e bigotta.
E veniamo a Cecco, il grande sottovalutato al di fuori della sua Siena e forse non solo…
Per cercare di capire la poesia innovativa e coraggiosa, magari anche troppo per quei tempi, e la personalità di Messer Angiolieri bisogna dare una ripassata al quadro storico più denso di avvenimenti della Repubblica.

Cecco nasce nel 1260, anno fatidico quello del trionfo di Montaperti e dell’idea ghibellina.
Una delle battaglie campali più feroci della storia.

Con soli 18 mila armati, un coraggio da leoni, scelte stratetiche ardite, sorprendenti e quindi indovinate l’esercito della Repubblica sbaraglia eroicamente i 33 mila fiorentini forse troppo sicuri del successo.

Le milizie senesi-germaniche guidate da Provenzan Salvani, il principe Manfredi e il conte Giordano riusciranno a colmare questo deficit di forze inaudito e sullo slancio auto la Balzana raggiungerà l’apogeo della sua gloria.

Un momento inaccettabile, invece, per il papato. E si scatenò quindi una sorta di “french connection” facente capo alle tre santità – per modo di dire – francesi di Urbano IV, il più scaltro e irriducibile, Clemente IV, e Martino IV e a un signorotto provenzale che ambiva alla corona regale,Carlo d’Angiò.

Il risultato della longa manus francese creò così presupposti per la controriforma guelfa favorendo anche la ribellione di Firenze, retta da un podestà senese, attraverso un interdetto che in mandò in bolletta i banchieri senesi, i potenti esattori che dominavano i mercati del credito. Tutti i debitori si sentirono autorizzati a non pagare, se così voleva il Papa…

Nascere proprio in quell’anno domini 1260 significa dunque essere certamente figli di un destino scritto dagli astri. E Cecco in tutte le sue manifestazioni si dimostra un ghibellino sui generis, mentre Dante nasce guelfo e diventa ghibellino non per le sue idee ma perché è condannato a morte per certi maneggi come magistrato del catasto fiorentino.

Cecco è forse ribelle per desiderio di libertà e indipendenza, un desiderio sfogato carnalmente.
Il suo spirito non può piegarsi né al costume d’epoca, incline agli affari, alle continue e troppe guerre, allo scorrere del sangue (ne sanno qualcosa Montepulciano e Massa) ai repentini cambi di governo, i 24, i 36, i 15, i 12 e i 9, con conflitti civili di classe che sfociano nel primo e unico tentativo di golpe perpetrato da Niccolò Bonsignori.

Un tempo di barbarie alle quali corrispondevano per sovrappeso, come vedremo, punizioni sproporzionate.

E’ sradicato giovanissimo, Cecco, dal suo destino e dai suoi sogni di poeta.
Sembra verosimile l’ipotesi che non voglia piegarsi alla tradizione mercantile e bigotta di una famiglia molto ricca e influente che possiede ben due torri ed è imparentata con i Salimbeni. Sì, proprio i potenti Salimbeni simbolo della nobiltà che saranno proprio i più colpiti – e in ben due occasioni – dalla svolta politica interna perdendo oltre ai beni, la loro influenza e che determineranno l’esilio delle 17 famiglie della grande nobiltà.

Il padre Angioliero detto Solàfica è il banchiere di fiducia di Gregorio IX e per conto del papa raccoglie le decime ecclesiastiche in Francia e Gran Bretagna oltre a svolgere con altri soci un’attività finanziaria molto diversificata.

Su incarico del Comune di Siena al quale presta dei soldi per pagarsi i favori dell’imperatore Federico II deve anche svolgere il ruolo di mediatore in alcune schermaglie fra cittadine del territorio.
La famiglia di Cecco è anche bacchettona, forse anche troppo con un padre e la madre, Lisa della potente famiglia Salimbeni, iscritti alla Confraternita dei Frati di Beata Maria.

Tutto concorre a scatenare la sua ribellione di figlio dei fiori ante-litteram che non riuscirà mai piegarsi alla logica guelfa, mercantile e borghese, quella che strisciante risorge appunto pochi anni dopo lo scontro che per il sangue colorò l’Arbia di rosso, punteggiata dalla sorte amara e poi tragico dell’eroe senese per eccellenza.

Il fiero Provenzano, accusato da Dante di superbia per volere la distruzione di Firenze, viene messo infatti in minoranza dentro la Lega toscana post-Montaperti che si tiene a Empoli. Capitola, l’eroe della Balzana, dopo un acceso scontro dialettico con l’ambiguo Farinata degli Uberti che astutamente recita il ruolo di salvatore della patria fiorentina. E dopo il danno, quello di non venire ascoltato fino in fondo, la beffa della barbara uccisione a Colle per mano delle truppe francesi alleate con Firenze.
La storia sterza bruscamente, Cecco si ritrova suo malgrado costretto a combattere ventenne con le insegne guelfe impegnate nella conquista del castello di Torri e viene multato per due volte per aver lasciato il campo, l’atteggiamento tipico dell’obiettore di coscienza che dello sciupafemmine.
Successivamente deve pagare, e diverse volte, parecchie lire senesi di multa per non aver rispettato il coprifuoco dopo il terzo tocco delle campane, e la ragione in questo caso sì potrebbe essere la passione per la taverna, il dado e le donne.

Viene anche dipinto come un manesco, e addirittura accusato assieme a un ciabattino del ferimento di un cittadino, ma viene scagionato.

Per capire lo spazio di libertà individuale di quel tempo, e comprendere quanto Cecco si sentisse prigioniero del sistema bisogna ricordare il pugno di ferro col quale veniva gestito l’ordine pubblico.
Siamo di fronte a un’inaudita barbarie per una serie di delitti che commessi al giorno d’oggi verrebbero in molti casi cancellati con l’indulto.

Se ad esempio si rapiva una fanciulla, la forca era assicurata.

I falsari venivano messi al rogo.

I reati contro il patrimonio prevedevano il taglio della mano.

E fra quelli sessuali, era prevista l’impiccagione per i genitali nel caso di due soggetti colti in flagrante sodomia.

Chi veniva preso a rubare sulla Francigena, la via dei pellegrini, veniva impiccato, mentre negli altri casi gli veniva tagliato il piede destro. Conciato così faceva orrore e ribrezzo e gli veniva dato pure il foglio di via.

Il bestemmiatore, da parte sua, rischiava il taglio della lingua, erano proibiti la stregoneria, i filtri d’amore, i feticci, reati che prevedevano la bastonatura pubblica e la perdita della cittadinanza.
Il carcere preventivo non durava oltre i 15 giorni, esisteva però il patteggiamento con lo sconto del quarto della pena nel caso di confessione spontanea.

Se alla fine ti toccava la prigione, dovevi pagare gli stipendi dei carcerieri e anche la manutenzione, altro che lo champagne e aragoste dei reclusi per mafia e camorra dei giorni nostri.

Senza il posto sicuro nella funzione pubblica, la vita era davvero dura, specie per un giovane che bramava di esprimersi attraverso la poesia, e che sembrava amarre la dottrina di Epicuro il filosofo greco del piacere, anche lui iscritto al partito del vino-veritas, il quale diceva: “E’ cosa stolta supplicare gli dei per ottenere ciò che uno è in condizione di procurarsi.

Ancora lontana purtroppo per Cecco era la fioritura nel Trecento col Buon Governo, periodo che segna oltre una giustizia meno truculenta anche l’inizio della liberazione della donna, ingentilita ed elegante nel famoso affresco del Lorenzetti. Non passava giorno o fatto che Siena non facesse l’esercito, era quello un vivere di un giovane acculturato e spiritoso per i propri ideali?.
Ad ogni modo, non tutti i mali vengono per nuocere.

Il quasi trentenne Cecco più ingrugnito che mai, ormai diseredato che si dovrà vendere una vigna per pagarsi i debiti, dicono di gioco, viene spedito nel 1288 a Campaldino per combattere Arezzo in aiuto di Firenze e fa la conoscenza del più giovane Dante Alighieri.

Era segaligno, altezzoso, col naso aquilino Dante, quanto lui era un uomo seducente.

Comandava l’Alighier un drappello di fenditori, quell’ala della cavalleria leggera che attaccava al fianco il nemico e che alla fine diede nel 1289 contribuì la sua parte alla vittoria alla lega guelfa, per cui Arezzo venne inglobata direttamente da Firenze e Siena venne chiusa oltre che da nord anche da sud-est dai cari nemici. Messer Cecco era invece lo scanzonato comandante della Brigata Spendereccia che come sanguisughe era attaccata al suo patrimonio.

A parer mio non sembra verosimile un’amicizia fra i due giovani poeti, né un rapoporto di collaborazione come hanno ipotizzato molti studiosi senza tuttavia fornire la minima prova incorrendo magari in errori storici madornali, vedi l’affermare che Angiolieri padre e figlio pugnavano fianco a fianco a Campaldino..

L’ Angioliero figlio di Iacopo e padre di Cecco era morto molti anni prima mentre l’Angioliero Angiolieri di quella battaglia era un omonimo cortonese.
Dante fece piuttosto a Campaldino amicizie interessate, come quelle dei conti Guidi di Poppi presso i quali dimorò anni dopo a scrocco in versione “ghibellin fuggiasco”.

Certamente i due poeti che contribuirono moltissimo alla diffusione del volgare con idee forti e marcate si conobbero, anche se l’esercito contava di ben ottomila armati, e soprattutto l’uno era senese e l’altro fiorentino.

Dati poi i rispettivi caratteri, la differenza d’età, di stile di vita, di ambizioni, di una diversa concezione dell’amore del vino, quanto mai blanda da parte di Dante quasi… astemio anche nei suoi versi immortali, e la differenza di rango nella famosa battaglia, è più facile piuttosto che nel nome della passione per la poesia sia scoccata la scintilla della grande rivalità.

Una rivalità più volte punteggiata da Cecco nei suoi versi e alla quale Dante non ha mai dato risposta, anche se c’è chi ha cercato di squarciare il buio di questo rapporto di amore-odio fra gli innovatori del Duecento ipotizzando una corrispondenza inesistente se non addirittura di un reato di plagio da parte del Vate.

E’ vero che in uno dei 3 sonetti indirizzati al collega poeta, Cecco afferma “Dante Alighier, Cecco, ‘l tu serv’e amico” ma è vero anche che nell’ultimo scriva “Dante Alighier, s’i so’ bon begolardo…”. Amico di pelle o solo collega e rivale, dunque?

Essendo inoltre a sua volta Cecco costretto all’esilio – pare una decina d’anni, forse per politiche ragioni – dovendo riparare a Roma presso il cardinale senese Riccardo Petroni, afferma “s’eo so fatto romano, e tu lombardo” ammettendo l’esistenza di un vallo insormontabile, per cui sarebbe stato difficile per i due “poeti erranti” un rapporto epistolare.

. E’ più facile, invece, che Cecco – voglio azzardare ragionando come cronista -abbia dato lo spunto per i suoi originalissimi racconti a Pirandello, uno dei suoi più attenti studiosi e seguaci
Cecco, l’eroe della Consuma, della brigata spendereccia alla quale si attribuì addirittura il panforte come tanti anni fa ebbe a raccontarmi un personaggio delizioso, Beppino Ciatti, il lupaiolo direttore dell’Enoteca mio affezionato lettore della Gazzetta invitandomi per la prima volta a Siena, è omologato fra i poeti giocosi, i cosiddetti goliardi anche se qualche antologia lo vorrebbe fra i “poeti maledetti”.
Probabilmente è stato il primo grande poeta innovativo del volgare, e basta per scolpirgli un posto nella storia della letteratura il suo famoso sonetto che recita così:

S’io fosse foco arderei l’mondo
S’i fosse vento lo tempesterei
S’i fossi imperatore sa’ che farei?
A tutti mozzerei lo capo a tondo.
Si fosse morte andre da mio padre
S’i fossi vita fuggirei da lui…

Cecco si scaglia nuovamente col padre reo di non volere aprire la sua fornita cantina che racchiude il suo vino preferito, la Vernaccia (“l’altrier gli chiesi un fiasco di raspeo”, un vino di seconda qualità, fatto coi raspi) lo apostrofa “’ l can giudeo”, vorrebbe addirittura mangiarselo vivo (“Ma cchi sapesse ben ogni sua taccia, direbbe: “Vivo il dovresti mangiare!”.) Ma poi a uno dei suoi 5 figli ufficiali che hanno nomi stravanti, come Meo e Deo mette il nome del padre Angioliero, e questo smonta tutto il castello del suo odio.

Sarà tutto vero o esibito, una recita letteraria, dunque questo “parricidio” verbale?. E sarà anche vero il ritratto che fa del suo “ideale di vita” nella quartina di un altro sonetto dove dice:

“Tre cose solamente mi so’ in grado,
le quali posso ben ben fornire:
ciò è la donna, la taverna e ‘l dado;
queste m i fanno ‘l cuore lieto sentire”

E qui Cecco tace della cosa che più gli riesce bene, la poesia, o quindi sfoggia un esibizionismo poetico tipico del genere buffonesco tipico dei “clerici vagantes” che in riposta alle cupezze del “Dies Irae” di Tommaso di Celano andavano di taverna di taverna del Vecchio Continente per diffondere “l’armonia dei canti uniti al dolce vino”?

C’è infine una figura femminile ricorrente nei suoi 120 sonetti.

Si tratta della Becchina presentata come donna insulsa, volgare, attaccabrighe, paragonata comunque nella scala dei suoi valori poco più di un vino ordinario (“che mi fa maggior noia il vin latino, che la mia donna, quand’ella mi caccia”) .

E la sempre innominata madre dei suoi figli chi è e dov’è?. E’ impensabile che un giovane altolocato Angiolieri mantenga una relazione con una popolana ignorante e insulsa? E dunque questa figura insolente non è creata ad arte per svillaneggiare l’amore platonico dell’opportunista Dante per Beatrice, ricettacolo di virtù?.

Forse questa è la conferma del rebus-angiolieri che ha usato per le sue invettive al sistema la buffoneria elevata ad arte letteraria, un’arte che sette secoli dopo avrebbe portato al Nobel col suo gramelot il giullare Dario Fo attratto però più dalle esibizioni letterarie del suo conterraneo meneghin Bonvesin della Riva contemporaneo dell’Angiolieri.

Il “politicamente corretto” Bonvesin codifica sorta di galateo (“50 cortesie da praticare a tavola”) con un’avvertenza per il consumo del vino:

“quand tu è ai convivi,
anc sia bon vin in desco, guarda che tu non ivrii
Chi se ivria matatamente in tre mainer offende:
el nox al corp e a l’anima e perd lo vi nch’el spende”.

Son versi che per il mio udire meritano il pernacchio, e mi convincono sempre più sulla grande messinscena di Cecco, l’antagonista del grande astemio (e opportunista, ripeto) fiorentino che condannato a morte non tornò mai a Firenze per difendersi…

Tento per finire qualche piccola conclusione personale, e penso che l’amato Cecco come Khayyam abbia scritto per metafora. E che “l’dado” non sia che la rappresentazione della sorte beffarda, che intendesse per “vin latino” una lingua meno vigorosa del volgare e non una qualità di vino , e che infine la donna fosse il piacere della carne col suo rovescio di volgarità.

Onore dunque al ghibellino-pensatore che da qualche parte gongola rivedendosi come un enigma letterario e magari per l’ultimo sberleffo fatto al Dante superbo, quello di incarnarsi nel comico che va di piazza in piazza a declamare i suoi versi, quasi fosse lui l’autore.

Ah, dimenticavo, Cecco mi è venuto in sogno uno dei giorni scorsi per consegnarvi qui stasera, questo messaggio:

“Vin novo… e se poco si svetta
rallegri ben ben la mea Civetta”

Enrico Campana

Obama Presidente …

Thursday, November 6th, 2008

Vicino al’edicola:
-Per chj eri te?
-Pe’ Obama!
-Anch’io.
-Alora?, che dici de ‘sto presidente nero?
-M’emporta dimolto a me si è nero, bianco o giallo! basta che faccia per benino…
-Sembrerebbe ‘n tipo al verso, te che dici?
-A vedello così sì…
-‘N te fidi?
-Me sembra ‘n po’ troppo bravino, precisino… ‘N lo so… speriamo, via…
-Ma uno ‘n diventa mica presidente dei Stati Uniti così per caso eh…
-Per caso no, ma te ‘n te scordare ch’hano eletto du’ volte Buscie…
-Aposta! Ora ‘n saran mica così stupeti da…
-‘N c’è due senza tre…
-Madonna che menagramo che se’… O ‘nn’è ditto ch’eri pe’ Obama?!
-Sì, sì, per carità… E’ bello, ha ‘na voce tutta cavernosa…E’ giovane, elegante… A l’Americani gni potrebbe anche bastare…
-Eddai!
-Lo se’ anche chj me garba a me?
-Chj?
-La su’ moglie!
-E’ ‘n po’ forte de bazza, eh, ma anch’a me me piace; eppu’ me sembra vispa…
-Ce scommetterebbi che ‘n farà la bella statuina…
-No sicuro… Fan ‘na bella coppia, c’è poco da dire; comunque me sbagliaro… ma lu’ me sembra più fintino…
-A me me par che tu vada a cercare ‘l buio…
-Speriamo ‘n sia un de quelli che frega i vecchjni…
-Che vorrebbe dire?
-He’ visto queli che vano nele case, se presenton tutti vestiti bene e sorridenti, eppu’ spilleno i soldi ai vecchj soli?
-Ma te ‘n se’ mica normale… Ora sarà…
-Te ce scherzi! La gente pur de fasse eleggere farebbe de ‘gni cosa…
-E ‘n samo mica ‘nnItalia, eh!…

da Arezzonotizie